Sunday, March 14, 2010   
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 editoriale    

Giovedì 8 ottobre 2009

 

Il Day Dreaming Magazine rinasce con i crismi della testata giornalistica in un momento molto difficile per la stampa in Italia: la crisi economica del settore, resa più acuta dai risvolti dell’attuale crisi globale; lo scontro intorno alla libertà di stampa tra due schieramenti – o gruppi d’interesse - che oggi come mai prima d'ora sembrano vivere in due mondi diversi; la necessità di ridefinizione del concetto stesso di giornale resa necessaria dalla rivoluzione del web 2.0, che mostra ogni giorno nuove possibilità, presentando al contempo nuove sfide e nuovi ostacoli. È uno strano momento per lanciare un nuovo giornale, ma nonostante tutto, con la piccola dose di incoscienza che richiede ogni sfida, il Ddmagazine decide di fare un passo avanti nella sua avventura, che ormai ha raggiunto numeri importanti: 3 anni dal primo numero, 29 uscite, oltre cento   artisti pubblicati e un'attività collaterale  di mostre e iniziative che riportano la cultura al centro dell’attenzione (a proposito, proprio in questi giorni inizia una settimana di eventi dedicata al Futurismo, con la partecipazione di PierPaolo Koss) lasciando, come tradizione dal primo numero, i tentativi di interpretazione e le parole dei critici – e dei giornalisti, che io qui rappresento – da parte, per dedicare spazio soltanto all’arte. Qualcuno potrebbe dire finalmente.

Emanuele Budroni

(direttore responsabile del Daydreaming Magazine)

   
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Schizzi d'inchiostro

Un'esperienza surreale - Intervista con Marco Sanges
 di Paola Castellan

 

 

Puoi dirci brevemente come nascono  le tue “Big Scenes”? In che modo le crei?  

 

Big scenes é un mondo di fantasia, magnificenza e dramma straripante scene dalla bellezza senza tempo.

Con Big Scenes volevo andare più a fondo nella mia visione. Dopo aver visto alcuni film di S. Eisenstein come Strike e La corazzata Potemkin, la loro combinazione di espressioni drammatiche e il dolore sui volti di così tanti personaggi in una sola scena, mi hanno ispirato ad entrare in un'esperienza visuale; stuzzicarono il mio pensiero irrazionale e l' irreprimibile forza della passione guidò la mia visione al mondo di Big Scenes.

Fin dagli anni dell'infanzia e nell'adolescenza il mio cervello captava ogni mia reazione verso qualsiasi oggetto che per me avesse anche il più piccolo segno di forma artistica; oppure, cogliendo dei “segni” nel più vasto mondo cinematografico o pittorico, istintivamente l'ho archiviato, relazionandolo con Edward Manet, Max Ernst, Edward Hooper, Eisenstein, Hitchcock. Quando “scannerizzo” l'archivio della mia mente è come se fossi colto da una violenta cascata di conglomerati di personaggi, scene, colori, forme geometriche e narrative.

Il setting e l'organizzazione del palcoscenico sono costruiti in funzione della storia, lasciando l'impressione allo spettatore di essere seduto in prima fila, vicino al palco del teatro.

 

Anche i tuoi “Portraits” sembrano nascere come sequenze filmiche. Quali sono i tuoi riferimenti artistici nella fotografia e nel cinema?

 

Da quando ricordo, sono sempre stato affascinato dai film e volevo che che le mie foto parlassero in uno stile cinematografico. Crescendo sono stato introdotto alla forma d'Arte Surrealista che ha catturato la mia immaginazione nel periodo adolescenziale. I lavori di Luis Bunuel mi ispirarono attraverso gli anni. I suoi primi film che vidi ,“Un Chien Andalou” e “L'Age d'Or”, ebbero un grande impatto su di me e mi incoraggiarono a seguire più a fondo la via Surrealista.

Ho sviluppato il mio stile fotografico, perlopiù basato interamente sull'immaginario del sogno, sviluppando storie che contengono più livelli, stratificate, creando un cinema immaginario altamente personale. Questo avviene soprattutto nelle mie Big Scenes, dove lascio lo spettatore interpretare liberamente le mie narrazioni.

In “Portraits” ... la gamma dei personaggi che vi prendono forma ha delle somiglianze con le grotesque.

Quando creo le scene e sistemo i miei personaggi, ho sempre nostalgia degli anni Trenta, dell' Età d'Oro della bellezza incontaminata.

 

 

Di fronte alle tue opere ci si ritrova a riflettere sull’identità della moltitudine di figure ritratte, vasta collezione di passioni umane a tinte fortemente grottesche e decadenti. Ma alla fine dello show, chi ride? E di chi?

 

Certamente lo spettatore! Io voglio che si fermi davanti alle mie composizioni e cominci un viaggio mentale, leggendo i miei personaggi e suggerendo la storia, anche a sua propria interpretazione. Questo è il significato o il vantaggio della natura escapistica della fotografia stessa. Voglio che gli spettatori siano catturati dalla fresca impressione suggerita da scene di sogni classici o fantasie, e che siano misteriosamente attratti nella vista inconscia. Come Bazin riferisce nel libro The Ontology of the Photographic Image: Lo schermo non ha backstage. Quando un personaggio lascia lo schermo noi crediamo nella continuità della sua esistenza come personaggio” (1967: Andre Bazin)

 

Cos’è il sesso nelle opere di Marco Sanges?

Lussuria, disperati tentativi di liberazione, e un viaggio nostalgico ne les fashionables, le indimenticabili e civili feste delle antiche capitali europee negli anni Trenta.

Perciò i miei personaggi nudi sono intimamente ed attentamente dettagliati: per rimanere fedeli alla decadenza e allo stile immaginario degli anni Trenta.

La funzione della bellezza delle curve nei miei lavori é, come Gaston Bachelard dice, nel suo saggio su La Fenomenologia delle rotondità, quella di aiutarci a ritrovare noi stessi. La formosa presenza e la grazia del nudo nel mio lavoro sono sempre in funzione e in armonia con la geometria delle scene che creo.

 

Sei un giovane artista italiano che si è stabilito a Londra. Perché la scelta di Londra e come vedi il clima artistico londinese oggi?

 

Sono venuto a Londra, perché sono rimasto elettrizzato dalle nebbiose fotografie in bianco e nero di Bill Brandt, scure e misteriose, in contrasto con l'eleganza del lavoro di Cecil Beaton. A dispetto dell'ultramodernismo della città sento ancora il vociare e la nostalgia della Vecchia Inghilterra, che é presente nei miei lavori.

Trovo anche la Cosmopolita Londra spazialmente e architetturalmente varia. Il suo dinamico stile avant-garde nell'insieme è perfettamente combinato con la proporzionalità e con l'influsso delle culture multi-etniche, ed é per me una continua fonte d'ispirazione per trovare personaggi e interessanti locations per sperimentare nuove idee.

In termini di clima artistico é un gran posto per creare lavori d'arte ed é un'eccitante sfida alla sopravvivenza.

 

Due parole sulla tua prossima mostra?

 

La mia prossima personale si terrà alla Harold Pinter Room Gallery all' Hackney Empire dall'11 febbraio al 6 marzo 2010.

Grazie al grande supporto dell Art Council, siamo stati in grado di stampare le opere d'Arte e di fondere la fotografia con il teatro.

La sera dell'anteprima ci sarà un installazione live che sarà un'emanazione di una delle mie opere d'arte: “Unchain Melody”. Le “Big Scenes” faranno entrare lo spettatore in una notte di decadenza: le performances sveleranno un'esposizione che risveglierà il senso del desiderio, della venerazione e della lussuria. “Big Scenes” é un mondo di fantasia, grandezza e teatralità, straripante personaggi in costume con reminescenze del Romanticismo, del Surrealismo e in particolare dell’Arte Visuale e Performativa degli anni ‘20 e ‘30.

Il sentimento surrealista del mio lavoro rappresenta la liberazione dell'inconscio, come un mezzo per creare arte al di fuori dei confini della cultura ufficiale.

Saranno ospiti speciali il controverso artista Gavin Turk e il leggendario compositore Michael Nyman, la cui musica sarà eccezionalmente suonata dal vivo da un quartetto d'archi.

 

www.ddmagazine.it/2010/numeri/02feb/sanges.html



 

Schizzi d' inchiostro

Riflessioni di Mauro Tonini

CHIARA PERINI


Non so se nella sua storia di artista vengano prima gli oli o le matite. In entrambi i casi un critico provetto troverebbe percorsi e ascendenze mirabolanti, ma a me piace il gioco di assonanze e dissonanze.

 

Perché tanto “carucci” sono i bambini delle matite quanto sgraziati quelli martoriati dall’oli. Io guardo al problema tecnico: per esempio l’olio non si cancella ma si può solo modificare e allora Chiara rinuncia a stenderlo con l’attenzione della matita ma cerca altre potenzialità espressive. E poi l’olio non permette il tratto sottile e leggero della matita ma suggerisce la sfumatura, tenue o aspra. Chiara risolve il problema tecnico trasformando l’olio in un’arma feroce con cui supera il particolare nella foga espressiva di bambini che urlano e si dibattono per esprimere una violenta disperazione.

 

Qual’è la disperazione di questi bambini? Guardate gli abiti stritolanti come gabbie inattaccabili. E non pensate all’abito della prima comunione che nella sua candida grazia geometrica è piuttosto un omaggio alla severa e dolce sacralità umanistica di Antonello da Messina, ma alla bambina con la bambola che affida la sua ansia di vivere ai piccoli fiori colorati della ghirlanda, come un disperato messaggio nella bottiglia a un mare incolore, che non può che essere, tecnicamente guardando, minaccioso e infinito.

 
 

Il richiamo alla bad painting inglese di qualche anno fa va qui alle sue oscure radici. L’artista piega non solo una tecnica ma anche uno stile a ciò che le è più caro, alla ricerca di un carattere dominante come una colpa originale. Siamo lontani dall’ormeggio sicuro di qualsiasi isola culturale. Qui stiamo scendendo con Chiara nel ventre buio di una lontana educazione repressiva con enorme coraggio e sincerità. E’ la protezione dell’estetica ad aiutarla in questo difficile viaggio catartico che, come una tragedia greca, diventa paradigma dell’oggi. Ecco in che modo ci interessa la sua struggente testimonianza: nell’urlare che il passato non è poi così passato. Basta guardarci intorno.

 
 

Ma guardate bene le matite, perché esse hanno tutt’altro carattere. Qui la sofferenza è trattenuta a forza dai bei vestitini descritti con minuzia. Qui il dolore è ancora più forte che negli oli dove almeno i bambini si possono dibattere e urlare. Qui c’è una rassegnazione che solo la matita può esprimere e non per volontà dell’artista ma a causa della tecnica. La matita esige infatti il particolare e la precisione, cioè una capacità di concentrazione sul modo in cui il singolo segno può modificare l’intero ritratto da rendere l’esercizio del disegno simile a quello della meditazione.

 

E’ così che nel disegno non prevale un singolo moto, magari violento, dell’anima ma un equilibrio difficile e sofferto tra caratteri talvolta opposti. Dobbiamo amare il ricco vestito per dichiararlo prigione, e dobbiamo trovare la dolcezza dello sguardo prima di esprimere la sua disperazione.

 

Grande e difficile il disegno, ma certo non liberatorio come la pittura.

 

Cos’è allora che viene prima nella storia di Chiara? Ha iniziato a dipingere dopo aver molto disegnato? O viceversa ha dovuto urlare prima di meditare? Ma forse questi sono solo fatti suoi.

Mauro Tonini

 

DD giochi d’inchiostro.
Reazioni a caldo del critico della montagna su alcuni artisti del DDMagazine di aprile

CRISTINA BATTISTIN

Non è un’arte pacificata la sua, ma un disegnare inesausto, che potrebbe non avere fine perchè un’espressione non è mai finita e immobile così come non può mai essere definitiva e rigida un’emozione nella vita reale.
Questa ricerca impedisce la canonizzazione, per cui ogni volto è totalmente diverso da tutti gli altri e non basterebbero tutti i volti del mondo a rappresentare lo sconcerto del nostro spirito di fronte dalla tragica bellezza del mondo. E’ un sentimento fatto di mille traiettorie dello spirito, che si possono definire solo nell’insieme dei moti di un’espressione che appare vaga e confusa ma è in realtà quanto di più preciso può essere reso all’occhio.

In questi disegni l’insistenza della linea, sottile come una lama, incide volti e oggetti senza pietà, muta meditazione sul mondo attraverso l’impressione che esso lascia sui corpi e che l’artista vede con dolorosa lucidità.

Questa è la condanna e insieme il ruolo sociale dell’artista, lo sciamano che aiuta noi ciechi a riconoscere il vero spirito delle cose.

C’è infatti una linea spirituale dell’arte contemporanea, fatta soprattutto di outsider: Morandi e Giacometti, ma anche Medardo Rosso, Bacon, Paladino. E non solo pittori o scultori, anche poeti come Campana: ognuno totalmente indipendente dagli altri ci fa vedere un percorso comune, un approccio, uno scopo, cui appartiene anche Battistini.

E’ un’idea di altri tempi, oggi preistoria in un mondo di artisti-star, ma forse nell’inflazione dell’arte come trovata ne sentiamo la mancanza.

Se ne potrebbero dire di cose su questo approccio tutt’altro che facile al mistero della vita, ma basta guardare le opere, e lasciarsi guardare da loro come muti sigilli.

 


 

 

ANDREA ALVERA’

Farebbero comodo ai disegnatori di Disney queste foto perché non colgono solo la meravigliosa e stupefacente vita della natura, ma fanno un, pur difficile, passo in più: come un lampo che non si ripeterà mai più, rivelano a noi caratteri ed espressioni che credevamo non potessero nemmeno appartenere a un modo che non fosse quello degli umani.

 

 

 

Lo scarabeo che traballa sul filo d’erba, la mantide che ci guarda sorpresa, il ragno che sfida il tempo fissandoci dal vuoto (o in quello che noi crediamo tale) dello spazio… questo è il nostro mondo e noi non lo sappiamo finché qualche artista non si prende la briga di documentarlo, senza respiro come nell’attimo teso del click fotografico.

 

 

 

Ma è tutto qui? No di certo. Questi animali hanno una storia come ognuno di noi e spetta alla fotografia rivelarne un pezzettino che, per quanto infinitesimo, è pur sempre tantissimo rispetto a quanto potremmo sapere in qualsiasi altro modo. E qui la magia della fotografia incontra la sapienza del fotografo che sa scegliere l’inquadratura, mai scontata e piatta, e l’attimo del click, non banale, della massima espressione nel minimo istante.

 

 

 

Perchè un gesto non è mai uguale a un altro e tocca all’artista scegliere quello giusto. E neppure uno sfondo può essere scambiato con un altro perché la farfalla appartiene al cielo, la lumaca vive del germoglio, e quale letto è più morbido di un fiore per un pomeriggio d’amore?

 

 

 

E’ questa una fotografia particolare, che non può scegliere l’attimo né la scenografia tra le forme del gusto corrente, ma deve adeguarsi alle necessità della natura, deve farsi osservazione pura, muta e dimentica di sé. Qui non c’è posto per facili soggettivismi; qui il fotografo deve diventare un po’ ragno, un po’ scarabeo, un po’ mosca.

 

E poi quegli occhi, che noi spesso non sappiamo nemmeno come sono fatti perché sono troppo piccoli per poter esser visti dal nostro sguardo distratto… quegli occhi sono il segno che queste foto non sono fatte solo per contemplare ma per comunicare, e per ricordare a noi che non siamo soli e che se esistiamo è forse grazie anche a ogni farfalla che porta ovunque i semi dei fiori.

 

E che dire dei colori brillanti che rendono magnifiche e degne dell’incanto del mondo anche le forme più mostruose?

 

C’è insomma da ridere, da ammirare ma soprattutto da sorprendersi di questi animali e del loro intento esistere, roba da fare invidia a molte nostre giornate uggiose.


 

ROBERT FISCHER

 
 

L’oro, la stoffa, i tatuaggi, il chiaroscuro delle scenografie non sono che aggettivi, sontuosi, di corpi già di per sé martoriati e tatuati dallo scorrere del tempo. C’è una morbosa insistenza sulla rovina che ricorda i tortuosi giochi formali di certa pittura barocca. Pensate a Rubens. Ma riguardate anche Rembrandt e ritroverete nella luce l’attimo infinitesimale del tempo che rivela all’improvviso il segno spaventoso del tempo sui corpi e sulle cose: il segno della storia.

 

Queste fotografie non sono semplicemente corpi, ma epifanie lussuriose di un mondo intero che nel suo disfacimento si fonde con la carne. E nella carne c’è il mondo e sembra che lo debba prendere tutto su di sé per poterlo vivere. Spuntano gli occhi, sempre vivi, quasi spiritati, di chi crede di poter dominare l’inesorabile decadenza anche quando questa lo ha completamente divorato.

 

O riflettono la luce, di quel caravaggismo che sarà poi carattere anche di certa fotografia, le forme già decadute non solo del flaccido corpo ma anche degli ottusi gesti: mangiare, guardare la tv, stare di fronte al fedele amico cane. E’ anche qui che talvolta il crudo tempo si rivela, prima che nei solchi del corpo. Come dire che bisogna stare attenti a non cedere alla morte la vittoria prima di aver combattuto e che forse televisione, cibo e facili affetti non sono alleati di questa lotta.

 

E la lotta, quando non è baroccamente aggettivata da stoffe, tatuaggi e oggetti magici, è tutta contenuta nell’assoluta geometria muscolare della vecchiaia, illuminata nell’unico modo possibile, come assoluta affermazione di sé, forse disperata, ma forte, fortissima.

DD giochi d’inchiostro.
Reazioni a caldo del critico della montagna su alcuni artisti del DDMagazine di marzo.
 
“Guardare (specie da dietro le sbarre)
è un po’ morire.”
Vanna Marchi rilegge Susan Sontag

Mauro Tonini


 

 

Schizzi d' inchiostro:
riflessioni di Lui Tasini.  
Fotografa, scrittrice.
Dedicate Tim Lowly

Io le avevo viste, sai?
Le avevo trovate in un cassetto di un comò, di quelli con lo specchio mangiato dalla vecchiaia e il legno dai tarli,
erano un mazzetto, legate insieme con un nastro, cose d’altri tempi,
il nastro doveva essere rosa, ma adesso è del colore delle ragnatele.

 Forse, se la prima non fosse stata proprio quella, non le avrei guardate.
Ma c’era una bambina, sai, una bambina che teneva per la mano qualcuno, ma il qualcuno non si vedeva, solo la bambina col braccio teso e nell’altra mano un gioco.

 

Chissà chi è, ho pensato, togliendo la foto dal mazzetto:
ma così facendo il nastro si è sciolto, e le fotografie sono cadute.
Allora mi sono chinata a terra, per raccoglierle, e ho visto l’altra.
E poi un’altra ancora.
Erano così belle e vecchie e tenere e sconosciute e vive e mosse e nitide, erano così belle che mi sono seduta a terra,
ti ricordi? Lo facevamo sempre, da bambini,
seduti a terra, la schiena contro il letto, le ginocchia raccolte a fare da punto d’appoggio, ci passavamo i pomeriggi così, a parlare e ridere e raccontarci il futuro.
Mi sono seduta a terra, la schiena contro il letto, le ginocchia raccolte a fare da punto d’appoggio e sola, questa volta, ho guardato le foto.

 

Questa, ecco, sì questa.
Gente folla un uomo che si erge tutto sfocato eppure non ti pare che abbia in sé una nitidezza incredibile?
Riesci quasi a sentire il respiro della ragazza a sinistra, quella col viso voltato all’indietro.
Dove vanno, tutti?
Cosa fa l’uomo?
Chissà perché mi ha fatto venire in mente gli italiani che sbarcavano a Nuova York, in cerca di un futuro negato nella loro terra, dalla loro terra.

 

E questa, guarda che bella.
La ragazza con le mani giunte, il taglio di capelli austero, il sottile bracciale.
Trasuda classe, non trovi?

 

Aspetta, non portarmele via,
guardiamole ancora una volta.
Ti prego.

 

Hai visto, c’è sempre qualcuno che sfugge, che fugge, che si volta, che scappa, che osa, qualcuno che si gira da un’altra parte.
È fuga o speranza, è volontà o bisogno, cosa è, e perché queste foto, perché proprio queste fra tante vuoi portarmi via, lasciamele, lasciamene almeno una, almeno questa, ti prego,
della donna, o dell’uomo con la barba,
lasciamene almeno una traccia.
E sia,
almeno lasciami il nastro del colore delle ragnatele,
se altro non vuoi o non puoi.

 

Lo legherò intorno al polso,
come un vezzo,
lo liscerò con le dita,
e potrò ricordarmi di tanta bellezza.

Lui Tasini


 



 

POETIK'S LIFE
Nur Moo
di Gabriel Pannotia 

   

 Aspetto Nur Moo nel suo regno, il PoetiK, seduto ad un semplice tavolo in legno bianco accanto ad un albero argenteo dal fogliame nero e brillante di innumerevoli gocce di luce.

Il tappeto sonoro di elegante elettronica da ascolto si armonizza perfettamente con il paesaggio fatto di colline ondulate rivestite di soffici strisce di maglia, e conche liquide.

E' uno dei tanti scorci da ammirare in questa "sim", frutto della collaborazione di più menti creative che agitano questa Seconda Vita...

L’ “avatar” Nur Moo si presenta in una skin “cyberglam” se mi si concede il termine: alcune trasparenze create ad hoc in punti precisi del corpo ne mettono in evidenza i circuiti interni. Come sempre, è accompagnata da Juju Dollinger, suo partner artistico in più di un progetto. Ci accomodiamo.

 

Gabriel Pannotia: Uno splendido avatar ha fatto irruzione tra gli artisti pubblicati nel DDmagazine con un tag tra parentesi che recita Second Life…

 

Nur Moo: awww thanx… sono io ? ahahah

 

GP: La cosa ha suscitato immediatamente ampi consensi, anche a prescindere dall'evidente qualità del tuo lavoro...

A quanto pare c'è molta voglia di nuovi mondi da scoprire... raccontaci il nostro...Second Life vista da Nur Moo

 

NM: Quando ho scoperto SL (Second Life), due anni fa per caso, perchè ne avevo letto su un giornale di videogiochi, sono letteralmente "impazzita"… nel senso che le possibilità creative di questo network mi hanno subito "catch". Quello che mi piace dei mondi virtuali è la libertà creativa e la qualità che si puo raggiungere anche disponendo di mezzi semplici

 

GP: Da questo punto di vista SL offre opportunità difficilmente riscontrabili altrove...

 

NM: Si, infatti… dalla costruzione dell'avatar alla creazione di immagini digitali che altrimenti necessiterebbero di software e conoscenze di programmi. Qui esiste una libertà creativa enorme con la grande possibilità di condividere questi "events" in tempo reale con tantissime persone sul pianeta

 

GP: A questo proposito...concetti come libertà e costrizione in SL sono gli stessi ai quali si è abituati in RL (Real Life)?

NM: Sino ad ora no. Second Life è piu libera, anzi, in SL ho sentito ancora questo freedom feeling che in RL non esiste più. Qui le persone possono scegliere il sesso, il genere, la specie, l'età, cosa vogliono essere, questo è molto importante e in alcuni casi quasi "terapeutico". L'avatar è un’importante espressione delle persone…

 

GP: Le implicazioni dell'avatar sono senz'altro molteplici…

 

NM: è come se esteriorizzassero la loro interiorità, i loro sogni, l'aggressività, ecc… E’ una forma d'arte importante ed è per questo che mi dispiace che ora ci sia in atto una "normalizzazione" degli avatar con vestiti come nella realtà ecc… Quello che cerco sempre, anche nel mio lavoro, è usare questa enorme possibilità di espressione creativa… diventare "arte". Ad esempio guarda la skin che ho oggi, è di Alpha Auer, una delle migliori artiste di SL. Lei lavora benissimo su questo concetto e crea sempre art objects interattivi con gli avatars…

 

GP: L'avatar si impone come nuovo centro focale di espressione del “Sé”… ma ancora si muove in ambiti più o meno fortemente circoscritti... Il passo successivo pare sia la costruzione di passaggi che permettano l'esistenza dello stesso avatar in vari contesti:

Per quanto ne so Nur Moo a tutt'oggi non opera solo in SL...

 

NM: Si, la connessione tra SL e Flickr è molto importante. Permette la condivisione del lavoro ,anche con chi non vive in SL. Molti sono incuriositi dalle foto dei “SLphotographers”.

 

GP: pubblichi anche in altre piattaforme oltre a Flickr?

 

NM: ho il mio sito web (www.nurmoo.com), ed ho provato con my space, ecc… C'è una grossa rete ora ma sinceramente ci vuole molto tempo per seguire tutto e tenere aggiornato tutto cosi preferisco Flickr e SL

 

GP: Il tempo è un limite real per adesso ancora imprescindibile :)

 

NM: Si infatti… poi mi piace l'idea che alcune cose si possano fare solo qui e trovare solo qui, anche se cerco sempre dei link con la RL

 

GP: Spesso e volentieri sei la protagonista assieme a Juju Dollinger dei tuoi lavori: immagini poetiche e sensuali che ricamano i corpi ritratti spesso in situazioni particolari.

La performance fa parte del tuo processo artistico?

 

NM: Per adesso è il mio vissuto qui. Sono i miei ricordi (sintetici), è quello che vivo.

Nelle mie foto cerco sempre la parte "umana " dell'avatar. Io e Juju spessso ci interroghiamo su quello che viviamo…

SL ha cambiato molto la mia vita RL. Infatti prima consideravo il mio avatar come una  possibilità altra, un mondo solo mio, ora questa percezione sta cambiando: Nur Moo è come una mia estensione, un modo di vivere meglio dei feelings particolari che prima rimanevano inespressi. Per questo dico che SL può anche avere una funzione terapeutica.

In RL le persone magari sono "costrette" in situazioni, mentre qui possono essere fortemente creative. Molti con cui ho parlato mi hanno detto che hanno scoperto qui una "ebbrezza " creativa che pensavano di non avere; quindi sono fortemente contro tutti quelli che demonizzano SL o la mostrano come una chat per ospedalizzati ,brutti ,problematici ,grassi, ecc…

SL è un mezzo. Tutto dipende da come viene usato. Io e Juju lavoriamo molto per usare questo mezzo nel migliore dei modi possibili.

 

GP: Un tema di scottante attualità è la perdita di tutto il materiale creativo al momento della “morte” dell'avatar...

Fra pochi giorni, (esattamente il 18 maggio) è stato indetto "Will your Work", un evento globale di protesta contro l'impossibilità di mantenere le proprie opere esistenti anche dopo la morte...Qual'è il tuo punto di vista?

 

NM: Questione difficile, perchè ho alcune idee in proposito, ma non politically correct, nel senso che non voglio urtare le sensibilità altrui. SL è un mondo virtuale. Esiste, ma non esiste allo stesso tempo, ed è velocissimo! Io non ho l'ossessione di "materializzare" per esistere. L'arte è essenzialmente un "concetto": vive fortemente nel mondo delle idee. Arte senza concetto è solo decorazione quindi non è importante conservare un oggetto perchè è in fondo "solo" la "rappresentazione" dell'idea. Quello che conta per me è l'essenza, meglio se immateriale. Da lì poi nasce tutto.

GP: Descrivici il progetto Poetik...

 è senza dubbio una delle land che più ai miei occhi si avvicina al concetto di opera d'arte, e architettura. Ma non solo…

 

NM: Il Poetik nasce da una necessità di "gioco", mia e di Juju. Quando ci siamo incontrati abbiamo passato ore a parlare di SL e delle sue possibilità e di quanto ne siamo "innamorati", ma ci sembravano sempre poco sfruttate con questa ossessione tutta umana di riprodurre la realtà. Qui possiamo volare, essere animali fantastici, ecc… invece molte espressioni artistiche in SL copiano situazioni reali: musei con scale, porte, corridoi…strade… Perchè? Qui non siamo in RL! Poca creatività essenzialmente nello sfruttare questo mezzo… Così abbiamo pensato di chiedere agli artisti di SL che ci facevano sognare di più di fare delle art installazioni e noi abbiamo organizzato all'interno di queste degli eventi video / musicali per rendere l'arte "live", viverci in mezzo.

 

GP: esperimento perfettamente riuscito se posso permettermi :)

 

NM: si infatti, è piaciuto molto…ahah non ci credevamo !

 

GP: Nel mondo globale dell'arte gli occhi dei pionieri stanno esplorando i vari passaggi di intermediazione tra real life e piattaforme virtuali e viceversa.

La Biennale di Montreal in RL dedicherà molta attenzione a questo tema...Tu hai già partecipato ad un esposizione "real" (“Rinascimento Virtuale” Firenze 2008). Quali sono i feedback di quell'esperienza?

 

NM: mah ti dirò… penso che l'Italia non sia "pronta" su questo tema.

In Italia c'è realmente un problema culturale: siamo molto poco open minded al momento, quindi la manifestazione era ben fatta, ma gli articoli sulla stampa… penosi! Tutti preoccupati di salvaguardare il RL business di una categoria. Nessuno ha colto l'importanza della questione, anche perchè l'arte ora ..siamo noi! (risata)

Sto scherzando, tuttavia penso davvero che dai mondi virtuali possano arrivare interessanti idee ma credo che all'estero lo possano capire meglio, per ora.

Quando vedo che ora in Italia e non, l'arte è in mano alle banche… alle fondazioni bancarie. Artisti liberi?(risata) Dove?

Poi fare arte in RL è impossibile…le solite logiche…è importantissimo il web, ora. E’ l'arte. Vedi ad esempio con You Tube la possibilità di fare machinima (abbreviazione gergale di machine animation) nei mondi virtuali…, film, video, musica, immagini… Tutti, con poco, possono fare delle cose. Questo è fantastico.


GP: Io, per esempio, ti ho appena fatto una foto :D

NM: ahahah!

G.B.

Nur Moo @:

www.nurmoo.com

www.flickr.com/photos/nurmoo

DayDreaming Magazine: “Ceci n’est pas Nur Moo” on “This is Life” May 2009.

www.ddmagazine.it/2009/numeri.2009/05may/moo.html

   
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