
MARINA MARCOLINI
L’ Arte oltre lo stile
Spazio Knulp Via Madonna del Mare – Trieste 11 Aprile/13 Maggio 2010
DayDreamingProject presenta al bar libreria Knulp fino all'11 maggio 2010, la mostra di Marina Marcolini “L'arte oltre lo stile”. Si tratta di un'antologica dal 1989 al 2009, che propone opere di grandi dimensioni in una tecnica ad olio che si segnala per la sontuosità del colore, la chiarezza del tratto e la ricchezza della composizione.
Marcolini sfoglia davanti a noi un manuale di storia dell'arte, e gioca ad interrogare la nostra memoria iconografica tra dame, ermellini, veneri, fanciulle soporose, cigni e annunciazioni. La tradizione pittorica è come un immenso spartito musicale da cui isola un tema e si dedica all'arte della variazione. Con un dettaglio, una sostituzione, un'assenza, interviene sull'immagine codificata e ci regala il brivido dell'inatteso. Sembra un vezzo intellettualistico, e invece questo scarto dall'originale è il luogo dove l'autrice dà forma ad un inquietante mondo immaginale.
Nella rilettura Leonardo, Beato Angelico, Fussli, Tiziano, Raffaello, Van Eyck, sono i “sei gradi di sublimazione” della materia pittorica con cui l'artista opera il passaggio da un' immagine tradizionale e rassicurante ad un'altra, freudianamente perturbante. E lo sconcerto è tanto più grande perchè in un controllato dominio della forma appare la violenza di un mondo istintuale senza attenuanti.
Nelle opere esposte l'attenzione prevale su un femminile rappresentato in scene che vedono le protagoniste mai trionfanti, contaminate da un ordine maschile variamente simbolizzato. Le donne in queste opere dormono, o posano statiche nell'inazione, o brillano come presenze fantasmatiche, solitarie o abusate, conquistano il proscenio soltanto nella purezza dell' oca.
“L'annunciazione” replica l'impianto di un Beato Angelico, ma non c'è destinataria né messaggero. La scena è invasa da due grandi uccelli in un disordine plastico di piume bianche e azzurre. Non sono colombe, non sono aquile, ma appaiono come il denso segno di un ordine soverchiante, in un piumaggio che non ispira nulla di celeste, ma un più carnale ribrezzo. Un' esile colonna sbreccata nel mezzo testimonia di un' integrità perduta, qualcosa di violato.
Due notturni di grande suggestione mostrano la perizia dell'artista nel trattamento della luce e dell'oscurità. Tra le rovine della scuola di Atene, oche starnazzano sostituendo ai paludati e pomposi filosofi il chiacchericcio di un cortile, la sofia autentica. L'altra tela costruita su stilemi del romanticismo, rovine, notte e luna, appare fortemente straniata dalla presenza di un leopardo, una ferinità famelica che si annida nel profondo dell'anima, quasi un set psicanalitico.
Continuando il percorso della variazione, Marcolini sottopone “ La dama con l'ermellino” a una cottura alchemica fino allo stadio della nigredo, e ci ritroviamo davanti un'aristocratica africana in panni leonardeschi, con un piacevole effetto di deragliamento anticlassico.
Ritorna una citazione dalla pittura romantica, la scena dell'incubo di Fussli, in cui il demone accovacciato sulla dormiente e il cavallo spettrale hanno la maschera di Dalì, sfumando l'orrore in una follia panica, che con il baffo eretto invade la coscienza aurorale della fanciulla-ninfa.
Il tema mitologico di “Leda e il cigno”, che ha avuto nell'arte interpretazioni simboliche o erotiche, viene ricreato dall'artista come un trionfo della morte, dove in un tripudio di piume dispiegate regalmente, il cigno esala un'essenza carnosa e colante dal becco. Zeus fatto fuori dal suo stesso desiderio.
E veniamo all'originale icona con cui la mostra è stata presentata : immersa in un velame rosso amaranto, Salomè in poltrona ci guarda e rivela la sua femminile schiavitù negli anelli ai capezzoli. Siede sorretta da un'irreale anatomia, come un burattino che abbia eseguito il suo numero. Un baffo-Dalì svetta diritto sul suo volto, mentre ai suoi piedi il piatto non esibisce la testa mozza del profeta, bensì un baffo inamidato. La cattiva principessa ha danzato e la morte ha colpito il baffo, il segno del sovrano evirato.
L'occasione per continuare una metaforica lapidazione del maschile è il Van Eyck rivisitato, in cui la solidità borghese dell'uomo ritratto viene trasformata in una fisiognomica da circo o da osteria grazie al naso colorato da una lunga sfumatura rossa .
L'artista prosegue l'esercizio retorico di amplificazione, assumendo questa volta lo sguardo di un Tiziano-Picasso. L'oggetto è una sposa colta nel letto solitario, contornata dai simboli della fedeltà coniugale. Ma l'occhio cubista incrina quell'armonia di ordine e tranquillità, la distrugge. Venere si spezza, la scena circostante resta tale e quale, la dea-donna si rivela una forma estranea in un mondo di pura convenzione.
Un'apparente riconciliazione del contrasto sembra avvenire nel ritratto di Andy Warhol, mistica unione alchemica di femminile e maschile. La creatura è un ibrido sublime nella congiunzione di opposti, siglata da una misteriosa serie di lettere dell'alfabeto. Ma anche una regale truffa, come suggerisce un finto diadema di finte perle incollato alla tela sulla biondissima frangia spiovente della “regina”.
Marcolini guida fuoristrada nel codice dell'arte, con il fragore di un' immaginazione dai forti contrasti istintuali. Come un lapsus che affiora da sotterranee pulsioni nel discorso più controllato , così dalla perfetta forma pittorica che l'artista ci propone, emerge una visione inquieta e affatto candida del mondo. Possiamo non risvegliare il cuore romantico di un Friedrich per suggellare questa mostra, e goderci con istintiva soddisfazione estetica lo straniamento delle immagini che l'artista compone, una musica che sposa i timbri cupi e sacrificali alla sontuosa nitidezza degli archi.
Patrizia Miliani
staff ddproject
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Riceviamo due recensioni relative alla mostra di Nanni Spano tenutasi allo spazio Knulp il 4 marzo 2010
Come è uso e costume del DDmagazine le pubblichiamo senza commento o replica alcuna.
lo staff
FRAMMENTI SPARSI
X irritante per gli occhi
Mostra di Nanni Spano
Giovedì 4 Marzo Knulp
Via Madonna del mare 7a
Trieste
L'associazione DayDreamingProject ha inaugurato giovedì 4 marzo 2010 al bar libreria Knulp la mostra di Nanni Spano Frammenti sparsi. Irritante per gli occhi, esposizione antologica di una produzione che va dal 2005 al 2010, presentata in varie sezioni: Metamorfosi, Tarocchi perduti, In scena, Corpo digitale, e Frammenti. Si tratta di scatti fotografici rielaborati con tecniche di composizione digitale delle immagini, proposte in una gamma di supporti e soluzioni tecniche che conferiscono una finitura di particolare pregnanza alle opere esposte.
L'autore ci accompagna attraverso il suo mondo immaginale in un percorso che sorprende per la densità dell'impatto. Nel titolo il richiamo allo stile del frammento ci porta a un'arte dell'incompletezza, e tuttavia Frammenti sparsi appare come un insieme unitario nella tessitura di una cifra personale che identifica l'esposizione.
Il sottotitolo ”Irritante per gli occhi”, accompagnato dal simbolo della tossicità, prepara lo sguardo a subire uno scacco. Ma ciò che prevale nel percorrere la mostra è la sensazione di trovarsi di fronte a una potente capacità di dare forma, che per la nitidezza, l'equilibrio compositivo, e l'accurata definizione, regala un'esperienza estetica singolarmente appagante. Così lo shock visivo è paradossalmente un altro, poiché quel che balza agli occhi è un'improvvisa coerenza di concetti incompatibili, finitezza e frammentarietà, dissonanza ed equilibrio, dove le immagini sono sia una cosa che l'altra, in un'ambivalenza che costituisce la ricchezza di senso dell'opera di Nanni Spano.
Nell'esposizione la forma dominante è il corpo, come in Metamorfosi e in Corpo digitale, dove le inquadrature sono frammentate, separano una parte dal tutto. Non c'è più interezza, totalità del corpo, ci dice lo sguardo dell'autore, con un' estetica della perdita, unica possibile in una realtà sgretolata dove nulla è certo o rassicurante: ”In questi frammenti ho puntellato le mie rovine” (Waste Land, T.S.Eliot).
In Metamorfosi appare il corpo femminile sbalzato in primo piano, sulla cui pelle si stende un esercizio calligrafico in macro di corteccia, pietra, foglia, alghe. E' corpo assoluto, che regna sovrano prima di diventare carcere dell'anima, recuperato dalla memoria di un tempo ancestrale dove tutto partecipava del simbolico, l'umano come l'acqua, la terra e il cielo. La pelle-corteccia, la pelle-pietra, è un tatuaggio che dolorosamente consegna l'essere al rituale di dare “morte” a una forma, per riscriverla, nello scambio simbolico, ad altra vita.
Per i suoi Tarocchi perduti l'autore abbandona una consolidata illustrazione delle carte, e lavora su una zona di senso più ampia e del tutto originale. Sono le opere maggiormente pittoriche di Nanni Spano, in cui l'interpretazione figurale mostra sensibilità coloristica e compositiva, che la stampa su tela esalta. L'uso del colore, saturato o reso in trasparenza, connota ciascun arcano ed accentua il senso enigmatico delle immagini. E se facile risulta individuare l'Appeso, che su un fondo da metropoli staglia un corpo femminile rovesciato, in una dominante blu cobalto, più metaforica è la lettura di Luna, l'uovo primordiale venato di rosso, in contrasto di complementari, e ancora dell'Innamorato, una corazza vuota sospesa in una fuga prospettica indaco, con quattro sfere che contengono un cuore rosso.
Corpo digitale è un'elaborazione dello scatto che, con una notevole procedura di sintesi, riduce a puro segno grafico il corpo femminile, colto nella sensualità. Un forte contrasto tra nero e bianco delinea una materia densa, dove il corpo in desiderio sembra abbacinato da una luce concentrata che ha dissolto il chiaroscuro e ricreato un contorno, che è ombra e intensità al tempo stesso.
Negli scatti teatrali In scena il soggetto è la frammentazione dell'Io, diviso tra la maschera del personaggio e l'attore. E' uno studio sul volto come insondabile abisso dell'umano, che la dimensione scenica scava in profondità. Alla serie di Frammenti appartiene un'immagine ispirata da “La melancolia del corpo” di Shilley Jackson, Sangue, in cui non c'è nulla di orrifico, ma una geometria sospesa e obliqua che delimita il rosso, una forma fluttuante di chiuso rigore. Da segnalare in questa sezione la stampa su plexiglass, che dona alle immagini una trasparenza e una resa vibrante del colore di rara emozione visiva.
Paradigma del percorso di senso che costituisce Frammenti sparsi sono due immagini in bianco e nero, una stampa a grandi dimensioni, Il volo, e Nightmare vs DayDreaming, in formato medio, che sono state collocate come apertura dell'esposizione. Nella prima un tuffatore, in perfetto assetto, cade in un vuoto aereo e limpido, nella seconda, in un intrico angosciante di linee scure, simile ad una tela di ragno, una strana creatura si guarda allarmata alle spalle. Sono immagini in accordo dissonante, la solare ed armonica dialoga con l'altra, notturna, sgradevole e panica . In entrambe il tempo è sospeso prima del compimento, della caduta nell'una, della morte nell'altra. Un contrappunto giocato sul tempo, che richiama qualcosa della tecnica di composizione usata dall'autore, la fotografia, che ferma l'istante, e la rielaborazione digitale, che porta l'immagine oltre i confini dell'attimo rubato, in un tempo dilatato , dove tutto può ancora accadere.
Ambivalenze, non contrasti, dove solarità e oscurità sono perfettamente reversibili, perchè come nel mondo dei tarocchi, gli elementi contrastanti e opposti non si escludono, ma partecipano con eguale segno alla pluralità di senso che caratterizza Frammenti sparsi. Irritante per gli occhi di Nanni Spano.
Patrizia Miliani

FRAMMENTI SPARSI
X irritante per gli occhi
Mostra di Nanni Spano
Giovedì 4 Marzo Knulp
Via Madonna del mare 7a
Trieste
Volete irritarvi? Passate al Knulp dove sta appeso Nanni Spano (metafora) e le sue vagabonde opere Frammenti sparsi. E' lui che vi promette qualcosa di urticante a vedersi, e voi ve lo aspettate, sospirando. Quando rapidi giungete davanti a Metamorfosi vi domandate: perchè spalmare una signora nuda di corteccia, alghe, pietra? Non è educato, specie se la signora è in ambascie e cerca di trattenere il limpido succo, con la mano in sito, sopra colei che altri chiamarono rosa fresca aulentissima.
Ma tant'è, Spano lo fa, grazie alle sue ascendenze isolane, lo fa. Novello d'Annunzio, regala brividi sensoriali su e giù per il ventre e il fianco, che appesi son tenera foglia e dura scorza, fuori dal pineto. Non basta, Spano fa l'Ovidio, Apollo in felino agguato e la ninfa incortecciata giocano a nascondino tra le opere, ed egli (NS) sugge alla mammella mitica con ingordigia. Anzi, chi per lui, visto che è il suo istinto, del quale mostra con dovizia ruvide spine isolane, che fa comunella con phantàsia, la ribollente pignatta delle immagini che s'annida nel suo animo (rude).
Ingenuamente in senso etimologico, Spano saltabecca ad altri lidi, e approda ai Tarocchi perduti. Vi domandate: perchè li ha perduti? Oppure: sono loro ad essersi perduti ? Fatto sta che il Nostro butta le carte e le appende sul muro. Consultate Jodorowski, dice l'esule, e voi eseguite, diligenti. Ma un brivido vi percorre la retina, e gela il vostro afflato romantico nelle sfere di cristallo dai piccoli cuori che palleggiano ai quattro cantoni del corazzato, ma vuoto, Innamorato. Il tropo è chiaro, se guardate alla Papessa, vuota pur essa, ma circonfusa di un nulla vestito da sposa. Parla aspro il Nostro, e forse con latina frase potreste dire che odia ed ama il clou di femminil genere. La Luna-uovo è impressionante nella sua sinistra oveicità, con capillare rosso che minaccioso lo traversa. L'assunto è ribadito dal suo far dell'Appeso un'Appesa, ignuda che si tuffa senza testa, la cui metafora di sprezzo è financo plastica nella sua evidenza. E parafrasando il romanziere d'oltralpe, potreste dire che il succo estremo di spanico pensiero è troppo buoni con le donne.
Vis à vis, in alto, Corpo digitale, le abbaglianti signore in sintesi trasudano sogni voluttuosi, marcate di nero, un cupo sogno di riduzione del femminil genere a pura linea in grassetto. L'assunto si affaccia, con reiterata potenza, avete capito l'antifona, e un brivido vi percorre le ciglia.
La stupefazione continua se vi sedete a un tavolino e ordinate un cordiale. Ma il tavolino parla, eccome, e vi assalta la biografia polaroidica del Nostro. Vi domandate: perchè esibire una sequela di ritratti, dall'asilo al pre-pensionamento? Vi adombrate al vanto di un narciso, non credete ai vostri occhi (arrossati), eppure Spano si guarda come un Amleto guarda allo spettro sugli spalti di Danimarca, domandando a se stesso:”Chi sei?” Voi non potete rispondergli.
Così, con un'aria irrisolta vagate sulle pareti fino all'Incubo. Esso gioca una partita col Sogno ad Occhi Aperti. Chi vince è chiaro, perchè il botolo occhiuto guarda a sinistra, e non c'è bisogno di aggiungere altro.
Sempre di fronte, osservate Il Tuffatore, a torto ribattezzato Il Volo, dato che ali non se ne vedono, ed anzi il corpo apollineo (il mito ritorna) cade, senza scampo, perchè la gravità, come dice la parola stessa, è una cosa seria, e Spano lo sa bene. Il costume è perfetto, ma ciò che vi sbigottisce è che avete sotto gli occhi l'unico corpo intero dell'intera collezione. Siete sorpresi, piacevolmente irritati perchè si coagula come un albume l'assunto vieppiù ribadito. Non è una Tuffatrice, bensì un Tuffatore quello a cui l'autore dona interezza, unicità, classicità della forma, e non c'è bisogno di aggiungere nulla. Parla da sola la mostra , anche nella parte denominata In scena, dove gli attori sono protagonisti. Qui si recita, qui si finge, qui si mente, in un Elogio della Bugia trasparente e vibrante, talchè vi rapisce la sapiente orchestrazione di colore e luce e inganno, in una metafora di preoccupante cristallinità. Il tutto steso da sapiente mano stampatoria su plexi (glass).
In posizione arretrata alcuni pannelli fanno timidamente “Siamo qui” da un pilastro all'altro del bar libreria; due creature virate in una famiglia di grigi molto affiatati, esemplificano l'assunto ( un altro) di come sia sempre bene guardarsi le spalle, a cui si aggiunge Cat Woman, oscura presenza di insondabile felinità autistica.
Uscite dal Knulp sapendo di esserverla spassata per un po' tra i Frammenti sparsi che, con poco sforzo, potrebbero essere messi in ordine, se l'autore si prendesse la briga di tirar su. Ma l'estro dell'arte domina, incontrastato, tra le bizzarrie, le manie, le ossessioni del creatore che solo può lottare con la forma ancora implasmata e aggiogarla con le sue mani potenti legandola al palo dell'immaginazione.
Frammenti sparsi di Nanni Spano.
Otilia Marai

Interview with Angelo Nairod
by Claudio Parentela
q) Well, first of all please tell us a little about yourself
a) I am a workaholic plastic doll.
q) Had you always planned on being an artist [or had you other hopes]?
a) I believe that the artist born ‘artist’ but also needs to grow as an artist. I always encouraged my creativity and my sense of inspiration. The art makes me feel free and alive. Art is my expiation and my condemnation: I know I’ll never be a normal person: I’ll be an artist.
q) Do you have a preferred medium to work on? Why?
a) Photography, just photography.
q) How would you describe your style?
a) As a pop-dark celebration of life, my art speaks about our world in a different perspective. I feel like a spider that looks at the human being from his planet and tries to analyze and criticize his behavior.
The human being is like a TV show for the spider who considers him a little trash and ridiculous but at the same time cannot stop watching.
q) Do you go through any certain processes while trying to produce your
work?
a) The first thing I do is to establish an idea, a concept on which I want to work and I shall feel great. So I think once the models, the trick is a very important thing for me and, of course, clothes. A dress sometimes makes the picture. Fashion is communication. Besides I'm obsessed with theatrics, I always liked the theater, so the expressions on the face of the model are the single most important thing for me - although they are not programmed, born on time and makes each image unique.
q) What are you working on at present?
a) Lately I'm giving great importance to the issue of homophobia because it is very current.
q) What about recent sources of inspirations?
a) My life is my main source of inspiration but also gossip and news are important elements.
q) What are some of your obsessions?
a) I can say I have two great obsessions: Santa Claus and the nuns. Both are present in many of my shots. This is the best time to explain the reasons. The first time I met Santa Claus, he was drunk, without pants
and was humming something by Led Zeppelin. It wasn’t really a happy meeting. The nuns were always nasty to me, aren’t all so sweet and nice like in the movies: as teachers are terrible, I heard.
q) Which galleries have you shown at and which galleries would you like to show at?
a) I presented my gallery on the subject of anorexia in the public presentation of the novel by Nicola Lecca “The Body hated published by Mondadori. I took part in various shows including Love Art in Venice and the international exhibition Massenzio Arte in Rome. I'd like to expose the pictures that speak of homophobia in a big event. It would be a great achievement.
q) If people would like to contact you, how would you like to be contacted?
a) In the nicest possible way.
q) Do you have any suggestions or advice for artists that are just starting out?
a) I still have a long way to go before giving advice.
q) Who are your favorite artists?
a) Elliot Erwitt, Miranda July, David Bowie.
q) What books are on your nightstand?
a) Oscar Wilde, JT Leroy, Raymond Carver and of course Harry Potter.
q) To what weaknesses are you most indulgent?
a) Lust.
q)….your contacts…
a) http://www.flickr.com/photos/angelo_nairod/
http://www.facebook.com/angelo.nairod?ref=profile
angelonairod@hotmail.it <mailto:angelonairod@hotmail.it%22>
Angelo Nairod appears in DayDreaming Magazine POPUP! (March 2010)
http://www.ddmagazine.it/2010/numeri/03mar/nairod.html
Claudio Parentela appears in DayDreaming Magazine "The graphic number"
(May 2008)
http://www.ddmagazine.it/2008/numeri2008/numero5-2008/numero_5.htm
ELvis IN hawaii – il blog di Claudio Parentela da cui è tratta l’intervista
http://elvisinh.blogspot.com/
Patrizia Miliani scrive per la rubrica "Schizzi d' inchiostro"
Un cavaliere elettrico sfugge al carillon di figurine futuriste che piroettano sulla scalinata del museo Puskin di Mosca, in un tuonare di sirene, e giunge fino a noi, nella breve e intensa performance di PierPaolo Koss , evento inaugurale dell’omaggio al futurismo allo Studio Tommaseo. E’ un’apparizione il cavaliere elettrico, irto di saette d’energia, il corpo fasciato nella tuta verde fluo, tentenna e rotea i raggi ieratico. Una musica di suoni affilati accompagna questa divinità elettrica dai gesti lentissimi, che esprime una forza ancora trattenuta , e guarda noi, spettatori increduli davanti a un pezzo autentico di futurismo centenario.
E’ il meraviglioso futurista che ci seduce ancora, senza mostrare le rughe di un secolo, e ci cattura proprio per il paradosso del tempo che dovrebbe aver trasformato in un pezzo da museo questo movimento che i musei li voleva radere. Ma non è così. Perché il futurismo ha i suoi mille semi disseminati, e rintracciarne l’eredità è stato un bell’esercizio a cui si sono dedicati tutti gli interventi nelle varie giornate, da PierPaolo Koss a Guglielmo Manenti al curatore Nanni Spano. E noi pubblico non possiamo che assentire e stupire per la culla così prospera di Marinetti e amici.
Il programma che Trieste Contemporanea, L’Officina, in collaborazione con DayDreamingProject, nella figura del curatore Nanni Spano, hanno proposto dal 10 al 15 ottobre, ha offerto una ricca opportunità per conoscere il futurismo. Una serie di spunti, di sollecitazioni, di sorprese, che dalle arti visive alla danza, dal teatro al suono, sono stati accolti da un pubblico attento e affezionato ai vari appuntamenti, e che ha partecipato numeroso alla serata conclusiva, in cui Sergio Pancaldi e Christiana Viola hanno curato l’evento performativo multisensoriale. I due attori hanno dato vita ai personaggi di Marinetti e Valentine de Saint Point, in un intarsio dai loro manifesti, componendo un duetto di sottile umorismo e fine interpretazione sulla donna nel futurismo.
E’ stata una vera partitura futurista, evento policromo, polifonico e polimorfo, come avrebbe detto Filippo Tommaso Marinetti. Di grande impatto l’installazione multimediale curata da Andrea Mazzone, con la proiezione di immagini accompagnate da una colonna sonora sintetizzata da moduli di composizioni futuriste. E ancora, le conversazioni di Pierpaolo Koss sulla propria esperienza artistica in relazione al futurismo, illuminanti e ricche di annotazioni. Oltre all’interessante mostra fotografica al Metrokubo, con opere in bianco e nero ispirate al fotodinamismo di Bragaglia, tratte o riprodotte in studio dagli spettacoli del performer genovese. Un repertorio di personaggi futuristi, come bizzarri cubotti meccanici umanizzati, o figure rotanti, con guardinfante e cerchi, o una ballerina di aerodanza, in costume e calottina metallizzata, sdoppiata dal ritmo del movimento.
Ci sembrano strane queste figure di creature geometriche o meccaniche che negano il corpo umano e lo bloccano in movimenti seriali, disintegrando con uno sberleffo la classicità. Quasi giocattoli che si animano, creature perturbanti come gli automi, così inumane e familiari al tempo stesso.
Il futurismo non ama l’umano. Vuole sopprimere l’”io”, che considera una polpetta di psicologia tormentosa. Ma proprio là dove nega l’umano e sceglie la materia come campo d’elezione, si mostra l’impianto retorico del discorso futurista. Si esalta la nuova sensibilità moderna, frutto delle scoperte scientifiche, aereo, automobile, telefono. Ma nessun futurista abbraccia la scienza, al contrario. La materia è considerata “un’ossessione lirica”, di cui si può intuire l’essenza “cosa che non potrebbero mai fare i fisici e i chimici” (dal Manifesto tecnico della letteratura futurista, 1912). Invece sono proprio gli anni in cui nasce la fisica quantistica, che scopre il comportamento della materia nella dimensione subatomica, animata da principi eretici per la fisica galileiana. Il futurismo quindi non è soltanto sinonimo di rottura radicale col passato, ma presenta accanto anche persistenze di quella tradizione passatista, letteraria e retorica, proprio quella che il movimento intendeva affossare.
Eppure, come si devono essere divertiti Marinetti e amici. Tanto. Perché questo gas esilarante del gioco al meccano, dei cubotti animati, delle creature rotanti, dei suoni sparati, si sente ancora, e ci sorprende. Proviamo anche noi ad interrogare gli oggetti che ci accompagnano, una caffettiera ad esempio, protagonista di una drastica epopea tra gorilla e pellicani in una delle animazioni di Guglielmo Manenti. Forse non la troveremo né triste né lieta, come ci suggerisce Marinetti. Al nostro sguardo disincantato “il coraggio, la volontà, la forza assoluta” di un oggetto, di una caffettiera, non appare. Per noi la materia è un paesaggio consumato di senso, e soltanto un evento di meraviglioso futurista ci può restituire la visione, con un punto di vista diverso, sognando di guardar giù, seduti sul cilindro della benzina, in aeroplano, ad ascoltare l’elica turbinante che ci parla.
Gran finale allo Studio Tommaseo con le ricette originali della cucina futurista, il Carneplastico, il Bombardamento di Adrianopoli, le Mammelle delle italiane al sole, l’Antipasto intuitivo, che i “futuristi” collaboratori dell’associazione DayDreamingProject hanno interpretato per l’occasione. E il dinamismo del pubblico intervenuto ha esaurito in breve le scorte.
Patrizia Miliani
Schizzi d'inchiostro
Un'esperienza surreale - Intervista con Marco Sanges
di Paola Castellan

Puoi dirci brevemente come nascono le tue “Big Scenes”? In che modo le crei?
Big scenes é un mondo di fantasia, magnificenza e dramma straripante scene dalla bellezza senza tempo.
Con Big Scenes volevo andare più a fondo nella mia visione. Dopo aver visto alcuni film di S. Eisenstein come Strike e La corazzata Potemkin, la loro combinazione di espressioni drammatiche e il dolore sui volti di così tanti personaggi in una sola scena, mi hanno ispirato ad entrare in un'esperienza visuale; stuzzicarono il mio pensiero irrazionale e l' irreprimibile forza della passione guidò la mia visione al mondo di Big Scenes.
Fin dagli anni dell'infanzia e nell'adolescenza il mio cervello captava ogni mia reazione verso qualsiasi oggetto che per me avesse anche il più piccolo segno di forma artistica; oppure, cogliendo dei “segni” nel più vasto mondo cinematografico o pittorico, istintivamente l'ho archiviato, relazionandolo con Edward Manet, Max Ernst, Edward Hooper, Eisenstein, Hitchcock. Quando “scannerizzo” l'archivio della mia mente è come se fossi colto da una violenta cascata di conglomerati di personaggi, scene, colori, forme geometriche e narrative.
Il setting e l'organizzazione del palcoscenico sono costruiti in funzione della storia, lasciando l'impressione allo spettatore di essere seduto in prima fila, vicino al palco del teatro.
Anche i tuoi “Portraits” sembrano nascere come sequenze filmiche. Quali sono i tuoi riferimenti artistici nella fotografia e nel cinema?
Da quando ricordo, sono sempre stato affascinato dai film e volevo che che le mie foto parlassero in uno stile cinematografico. Crescendo sono stato introdotto alla forma d'Arte Surrealista che ha catturato la mia immaginazione nel periodo adolescenziale. I lavori di Luis Bunuel mi ispirarono attraverso gli anni. I suoi primi film che vidi ,“Un Chien Andalou” e “L'Age d'Or”, ebbero un grande impatto su di me e mi incoraggiarono a seguire più a fondo la via Surrealista.
Ho sviluppato il mio stile fotografico, perlopiù basato interamente sull'immaginario del sogno, sviluppando storie che contengono più livelli, stratificate, creando un cinema immaginario altamente personale. Questo avviene soprattutto nelle mie Big Scenes, dove lascio lo spettatore interpretare liberamente le mie narrazioni.
In “Portraits” ... la gamma dei personaggi che vi prendono forma ha delle somiglianze con le grotesque.
Quando creo le scene e sistemo i miei personaggi, ho sempre nostalgia degli anni Trenta, dell' Età d'Oro della bellezza incontaminata.
Di fronte alle tue opere ci si ritrova a riflettere sull’identità della moltitudine di figure ritratte, vasta collezione di passioni umane a tinte fortemente grottesche e decadenti. Ma alla fine dello show, chi ride? E di chi?
Certamente lo spettatore! Io voglio che si fermi davanti alle mie composizioni e cominci un viaggio mentale, leggendo i miei personaggi e suggerendo la storia, anche a sua propria interpretazione. Questo è il significato o il vantaggio della natura escapistica della fotografia stessa. Voglio che gli spettatori siano catturati dalla fresca impressione suggerita da scene di sogni classici o fantasie, e che siano misteriosamente attratti nella vista inconscia. Come Bazin riferisce nel libro The Ontology of the Photographic Image: “ Lo schermo non ha backstage. Quando un personaggio lascia lo schermo noi crediamo nella continuità della sua esistenza come personaggio” (1967: Andre Bazin)
Cos’è il sesso nelle opere di Marco Sanges?
Lussuria, disperati tentativi di liberazione, e un viaggio nostalgico ne les fashionables, le indimenticabili e civili feste delle antiche capitali europee negli anni Trenta.
Perciò i miei personaggi nudi sono intimamente ed attentamente dettagliati: per rimanere fedeli alla decadenza e allo stile immaginario degli anni Trenta.
La funzione della bellezza delle curve nei miei lavori é, come Gaston Bachelard dice, nel suo saggio su La Fenomenologia delle rotondità, quella di aiutarci a ritrovare noi stessi. La formosa presenza e la grazia del nudo nel mio lavoro sono sempre in funzione e in armonia con la geometria delle scene che creo.
Sei un giovane artista italiano che si è stabilito a Londra. Perché la scelta di Londra e come vedi il clima artistico londinese oggi?
Sono venuto a Londra, perché sono rimasto elettrizzato dalle nebbiose fotografie in bianco e nero di Bill Brandt, scure e misteriose, in contrasto con l'eleganza del lavoro di Cecil Beaton. A dispetto dell'ultramodernismo della città sento ancora il vociare e la nostalgia della Vecchia Inghilterra, che é presente nei miei lavori.
Trovo anche la Cosmopolita Londra spazialmente e architetturalmente varia. Il suo dinamico stile avant-garde nell'insieme è perfettamente combinato con la proporzionalità e con l'influsso delle culture multi-etniche, ed é per me una continua fonte d'ispirazione per trovare personaggi e interessanti locations per sperimentare nuove idee.
In termini di clima artistico é un gran posto per creare lavori d'arte ed é un'eccitante sfida alla sopravvivenza.
Due parole sulla tua prossima mostra?
La mia prossima personale si terrà alla Harold Pinter Room Gallery all' Hackney Empire dall'11 febbraio al 6 marzo 2010.
Grazie al grande supporto dell Art Council, siamo stati in grado di stampare le opere d'Arte e di fondere la fotografia con il teatro.
La sera dell'anteprima ci sarà un installazione live che sarà un'emanazione di una delle mie opere d'arte: “Unchain Melody”. Le “Big Scenes” faranno entrare lo spettatore in una notte di decadenza: le performances sveleranno un'esposizione che risveglierà il senso del desiderio, della venerazione e della lussuria. “Big Scenes” é un mondo di fantasia, grandezza e teatralità, straripante personaggi in costume con reminescenze del Romanticismo, del Surrealismo e in particolare dell’Arte Visuale e Performativa degli anni ‘20 e ‘30.
Il sentimento surrealista del mio lavoro rappresenta la liberazione dell'inconscio, come un mezzo per creare arte al di fuori dei confini della cultura ufficiale.
Saranno ospiti speciali il controverso artista Gavin Turk e il leggendario compositore Michael Nyman, la cui musica sarà eccezionalmente suonata dal vivo da un quartetto d'archi.

www.ddmagazine.it/2010/numeri/02feb/sanges.html
Schizzi d' inchiostro
Riflessioni di Mauro Tonini
CHIARA PERINI
Non so se nella sua storia di artista vengano prima gli oli o le matite. In entrambi i casi un critico provetto troverebbe percorsi e ascendenze mirabolanti, ma a me piace il gioco di assonanze e dissonanze.
Perché tanto “carucci” sono i bambini delle matite quanto sgraziati quelli martoriati dall’oli. Io guardo al problema tecnico: per esempio l’olio non si cancella ma si può solo modificare e allora Chiara rinuncia a stenderlo con l’attenzione della matita ma cerca altre potenzialità espressive. E poi l’olio non permette il tratto sottile e leggero della matita ma suggerisce la sfumatura, tenue o aspra. Chiara risolve il problema tecnico trasformando l’olio in un’arma feroce con cui supera il particolare nella foga espressiva di bambini che urlano e si dibattono per esprimere una violenta disperazione.
Qual’è la disperazione di questi bambini? Guardate gli abiti stritolanti come gabbie inattaccabili. E non pensate all’abito della prima comunione che nella sua candida grazia geometrica è piuttosto un omaggio alla severa e dolce sacralità umanistica di Antonello da Messina, ma alla bambina con la bambola che affida la sua ansia di vivere ai piccoli fiori colorati della ghirlanda, come un disperato messaggio nella bottiglia a un mare incolore, che non può che essere, tecnicamente guardando, minaccioso e infinito.
Il richiamo alla bad painting inglese di qualche anno fa va qui alle sue oscure radici. L’artista piega non solo una tecnica ma anche uno stile a ciò che le è più caro, alla ricerca di un carattere dominante come una colpa originale. Siamo lontani dall’ormeggio sicuro di qualsiasi isola culturale. Qui stiamo scendendo con Chiara nel ventre buio di una lontana educazione repressiva con enorme coraggio e sincerità. E’ la protezione dell’estetica ad aiutarla in questo difficile viaggio catartico che, come una tragedia greca, diventa paradigma dell’oggi. Ecco in che modo ci interessa la sua struggente testimonianza: nell’urlare che il passato non è poi così passato. Basta guardarci intorno.
Ma guardate bene le matite, perché esse hanno tutt’altro carattere. Qui la sofferenza è trattenuta a forza dai bei vestitini descritti con minuzia. Qui il dolore è ancora più forte che negli oli dove almeno i bambini si possono dibattere e urlare. Qui c’è una rassegnazione che solo la matita può esprimere e non per volontà dell’artista ma a causa della tecnica. La matita esige infatti il particolare e la precisione, cioè una capacità di concentrazione sul modo in cui il singolo segno può modificare l’intero ritratto da rendere l’esercizio del disegno simile a quello della meditazione.
E’ così che nel disegno non prevale un singolo moto, magari violento, dell’anima ma un equilibrio difficile e sofferto tra caratteri talvolta opposti. Dobbiamo amare il ricco vestito per dichiararlo prigione, e dobbiamo trovare la dolcezza dello sguardo prima di esprimere la sua disperazione.
Grande e difficile il disegno, ma certo non liberatorio come la pittura.
Cos’è allora che viene prima nella storia di Chiara? Ha iniziato a dipingere dopo aver molto disegnato? O viceversa ha dovuto urlare prima di meditare? Ma forse questi sono solo fatti suoi.
Mauro Tonini
DD giochi d’inchiostro.
Reazioni a caldo del critico della montagna su alcuni artisti del DDMagazine di aprile
CRISTINA BATTISTIN

Non è un’arte pacificata la sua, ma un disegnare inesausto, che potrebbe non avere fine perchè un’espressione non è mai finita e immobile così come non può mai essere definitiva e rigida un’emozione nella vita reale.
Questa ricerca impedisce la canonizzazione, per cui ogni volto è totalmente diverso da tutti gli altri e non basterebbero tutti i volti del mondo a rappresentare lo sconcerto del nostro spirito di fronte dalla tragica bellezza del mondo. E’ un sentimento fatto di mille traiettorie dello spirito, che si possono definire solo nell’insieme dei moti di un’espressione che appare vaga e confusa ma è in realtà quanto di più preciso può essere reso all’occhio.
In questi disegni l’insistenza della linea, sottile come una lama, incide volti e oggetti senza pietà, muta meditazione sul mondo attraverso l’impressione che esso lascia sui corpi e che l’artista vede con dolorosa lucidità.
Questa è la condanna e insieme il ruolo sociale dell’artista, lo sciamano che aiuta noi ciechi a riconoscere il vero spirito delle cose.
C’è infatti una linea spirituale dell’arte contemporanea, fatta soprattutto di outsider: Morandi e Giacometti, ma anche Medardo Rosso, Bacon, Paladino. E non solo pittori o scultori, anche poeti come Campana: ognuno totalmente indipendente dagli altri ci fa vedere un percorso comune, un approccio, uno scopo, cui appartiene anche Battistini.
E’ un’idea di altri tempi, oggi preistoria in un mondo di artisti-star, ma forse nell’inflazione dell’arte come trovata ne sentiamo la mancanza.
Se ne potrebbero dire di cose su questo approccio tutt’altro che facile al mistero della vita, ma basta guardare le opere, e lasciarsi guardare da loro come muti sigilli.
ANDREA ALVERA’

Farebbero comodo ai disegnatori di Disney queste foto perché non colgono solo la meravigliosa e stupefacente vita della natura, ma fanno un, pur difficile, passo in più: come un lampo che non si ripeterà mai più, rivelano a noi caratteri ed espressioni che credevamo non potessero nemmeno appartenere a un modo che non fosse quello degli umani.
Lo scarabeo che traballa sul filo d’erba, la mantide che ci guarda sorpresa, il ragno che sfida il tempo fissandoci dal vuoto (o in quello che noi crediamo tale) dello spazio… questo è il nostro mondo e noi non lo sappiamo finché qualche artista non si prende la briga di documentarlo, senza respiro come nell’attimo teso del click fotografico.
Ma è tutto qui? No di certo. Questi animali hanno una storia come ognuno di noi e spetta alla fotografia rivelarne un pezzettino che, per quanto infinitesimo, è pur sempre tantissimo rispetto a quanto potremmo sapere in qualsiasi altro modo. E qui la magia della fotografia incontra la sapienza del fotografo che sa scegliere l’inquadratura, mai scontata e piatta, e l’attimo del click, non banale, della massima espressione nel minimo istante.
Perchè un gesto non è mai uguale a un altro e tocca all’artista scegliere quello giusto. E neppure uno sfondo può essere scambiato con un altro perché la farfalla appartiene al cielo, la lumaca vive del germoglio, e quale letto è più morbido di un fiore per un pomeriggio d’amore?
E’ questa una fotografia particolare, che non può scegliere l’attimo né la scenografia tra le forme del gusto corrente, ma deve adeguarsi alle necessità della natura, deve farsi osservazione pura, muta e dimentica di sé. Qui non c’è posto per facili soggettivismi; qui il fotografo deve diventare un po’ ragno, un po’ scarabeo, un po’ mosca.
E poi quegli occhi, che noi spesso non sappiamo nemmeno come sono fatti perché sono troppo piccoli per poter esser visti dal nostro sguardo distratto… quegli occhi sono il segno che queste foto non sono fatte solo per contemplare ma per comunicare, e per ricordare a noi che non siamo soli e che se esistiamo è forse grazie anche a ogni farfalla che porta ovunque i semi dei fiori.
E che dire dei colori brillanti che rendono magnifiche e degne dell’incanto del mondo anche le forme più mostruose?
C’è insomma da ridere, da ammirare ma soprattutto da sorprendersi di questi animali e del loro intento esistere, roba da fare invidia a molte nostre giornate uggiose.
ROBERT FISCHER

L’oro, la stoffa, i tatuaggi, il chiaroscuro delle scenografie non sono che aggettivi, sontuosi, di corpi già di per sé martoriati e tatuati dallo scorrere del tempo. C’è una morbosa insistenza sulla rovina che ricorda i tortuosi giochi formali di certa pittura barocca. Pensate a Rubens. Ma riguardate anche Rembrandt e ritroverete nella luce l’attimo infinitesimale del tempo che rivela all’improvviso il segno spaventoso del tempo sui corpi e sulle cose: il segno della storia.
Queste fotografie non sono semplicemente corpi, ma epifanie lussuriose di un mondo intero che nel suo disfacimento si fonde con la carne. E nella carne c’è il mondo e sembra che lo debba prendere tutto su di sé per poterlo vivere. Spuntano gli occhi, sempre vivi, quasi spiritati, di chi crede di poter dominare l’inesorabile decadenza anche quando questa lo ha completamente divorato.
O riflettono la luce, di quel caravaggismo che sarà poi carattere anche di certa fotografia, le forme già decadute non solo del flaccido corpo ma anche degli ottusi gesti: mangiare, guardare la tv, stare di fronte al fedele amico cane. E’ anche qui che talvolta il crudo tempo si rivela, prima che nei solchi del corpo. Come dire che bisogna stare attenti a non cedere alla morte la vittoria prima di aver combattuto e che forse televisione, cibo e facili affetti non sono alleati di questa lotta.
E la lotta, quando non è baroccamente aggettivata da stoffe, tatuaggi e oggetti magici, è tutta contenuta nell’assoluta geometria muscolare della vecchiaia, illuminata nell’unico modo possibile, come assoluta affermazione di sé, forse disperata, ma forte, fortissima.
DD giochi d’inchiostro.
Reazioni a caldo del critico della montagna su alcuni artisti del DDMagazine di marzo.
“Guardare (specie da dietro le sbarre)
è un po’ morire.”
Vanna Marchi rilegge Susan Sontag
Mauro Tonini
Schizzi d' inchiostro:
riflessioni di Lui Tasini.
Fotografa, scrittrice. Dedicate Tim Lowly

Io le avevo viste, sai?
Le avevo trovate in un cassetto di un comò, di quelli con lo specchio mangiato dalla vecchiaia e il legno dai tarli,
erano un mazzetto, legate insieme con un nastro, cose d’altri tempi,
il nastro doveva essere rosa, ma adesso è del colore delle ragnatele.
Forse, se la prima non fosse stata proprio quella, non le avrei guardate.
Ma c’era una bambina, sai, una bambina che teneva per la mano qualcuno, ma il qualcuno non si vedeva, solo la bambina col braccio teso e nell’altra mano un gioco.
Chissà chi è, ho pensato, togliendo la foto dal mazzetto:
ma così facendo il nastro si è sciolto, e le fotografie sono cadute.
Allora mi sono chinata a terra, per raccoglierle, e ho visto l’altra.
E poi un’altra ancora.
Erano così belle e vecchie e tenere e sconosciute e vive e mosse e nitide, erano così belle che mi sono seduta a terra,
ti ricordi? Lo facevamo sempre, da bambini,
seduti a terra, la schiena contro il letto, le ginocchia raccolte a fare da punto d’appoggio, ci passavamo i pomeriggi così, a parlare e ridere e raccontarci il futuro.
Mi sono seduta a terra, la schiena contro il letto, le ginocchia raccolte a fare da punto d’appoggio e sola, questa volta, ho guardato le foto.
Questa, ecco, sì questa.
Gente folla un uomo che si erge tutto sfocato eppure non ti pare che abbia in sé una nitidezza incredibile?
Riesci quasi a sentire il respiro della ragazza a sinistra, quella col viso voltato all’indietro.
Dove vanno, tutti?
Cosa fa l’uomo?
Chissà perché mi ha fatto venire in mente gli italiani che sbarcavano a Nuova York, in cerca di un futuro negato nella loro terra, dalla loro terra.
E questa, guarda che bella.
La ragazza con le mani giunte, il taglio di capelli austero, il sottile bracciale.
Trasuda classe, non trovi?
Aspetta, non portarmele via,
guardiamole ancora una volta.
Ti prego.
Hai visto, c’è sempre qualcuno che sfugge, che fugge, che si volta, che scappa, che osa, qualcuno che si gira da un’altra parte.
È fuga o speranza, è volontà o bisogno, cosa è, e perché queste foto, perché proprio queste fra tante vuoi portarmi via, lasciamele, lasciamene almeno una, almeno questa, ti prego,
della donna, o dell’uomo con la barba,
lasciamene almeno una traccia.
E sia,
almeno lasciami il nastro del colore delle ragnatele,
se altro non vuoi o non puoi.
Lo legherò intorno al polso,
come un vezzo,
lo liscerò con le dita,
e potrò ricordarmi di tanta bellezza.
Lui Tasini

POETIK'S LIFE
Nur Moo
di Gabriel Pannotia
Aspetto Nur Moo nel suo regno, il PoetiK, seduto ad un semplice tavolo in legno bianco accanto ad un albero argenteo dal fogliame nero e brillante di innumerevoli gocce di luce.
Il tappeto sonoro di elegante elettronica da ascolto si armonizza perfettamente con il paesaggio fatto di colline ondulate rivestite di soffici strisce di maglia, e conche liquide.
E' uno dei tanti scorci da ammirare in questa "sim", frutto della collaborazione di più menti creative che agitano questa Seconda Vita...
L’ “avatar” Nur Moo si presenta in una skin “cyberglam” se mi si concede il termine: alcune trasparenze create ad hoc in punti precisi del corpo ne mettono in evidenza i circuiti interni. Come sempre, è accompagnata da Juju Dollinger, suo partner artistico in più di un progetto. Ci accomodiamo.
Gabriel Pannotia: Uno splendido avatar ha fatto irruzione tra gli artisti pubblicati nel DDmagazine con un tag tra parentesi che recita Second Life…
Nur Moo: awww thanx… sono io ? ahahah
GP: La cosa ha suscitato immediatamente ampi consensi, anche a prescindere dall'evidente qualità del tuo lavoro...
A quanto pare c'è molta voglia di nuovi mondi da scoprire... raccontaci il nostro...Second Life vista da Nur Moo
NM: Quando ho scoperto SL (Second Life), due anni fa per caso, perchè ne avevo letto su un giornale di videogiochi, sono letteralmente "impazzita"… nel senso che le possibilità creative di questo network mi hanno subito "catch". Quello che mi piace dei mondi virtuali è la libertà creativa e la qualità che si puo raggiungere anche disponendo di mezzi semplici
GP: Da questo punto di vista SL offre opportunità difficilmente riscontrabili altrove...
NM: Si, infatti… dalla costruzione dell'avatar alla creazione di immagini digitali che altrimenti necessiterebbero di software e conoscenze di programmi. Qui esiste una libertà creativa enorme con la grande possibilità di condividere questi "events" in tempo reale con tantissime persone sul pianeta
GP: A questo proposito...concetti come libertà e costrizione in SL sono gli stessi ai quali si è abituati in RL (Real Life)?
NM: Sino ad ora no. Second Life è piu libera, anzi, in SL ho sentito ancora questo freedom feeling che in RL non esiste più. Qui le persone possono scegliere il sesso, il genere, la specie, l'età, cosa vogliono essere, questo è molto importante e in alcuni casi quasi "terapeutico". L'avatar è un’importante espressione delle persone…
GP: Le implicazioni dell'avatar sono senz'altro molteplici…
NM: è come se esteriorizzassero la loro interiorità, i loro sogni, l'aggressività, ecc… E’ una forma d'arte importante ed è per questo che mi dispiace che ora ci sia in atto una "normalizzazione" degli avatar con vestiti come nella realtà ecc… Quello che cerco sempre, anche nel mio lavoro, è usare questa enorme possibilità di espressione creativa… diventare "arte". Ad esempio guarda la skin che ho oggi, è di Alpha Auer, una delle migliori artiste di SL. Lei lavora benissimo su questo concetto e crea sempre art objects interattivi con gli avatars…
GP: L'avatar si impone come nuovo centro focale di espressione del “Sé”… ma ancora si muove in ambiti più o meno fortemente circoscritti... Il passo successivo pare sia la costruzione di passaggi che permettano l'esistenza dello stesso avatar in vari contesti:
Per quanto ne so Nur Moo a tutt'oggi non opera solo in SL...
NM: Si, la connessione tra SL e Flickr è molto importante. Permette la condivisione del lavoro ,anche con chi non vive in SL. Molti sono incuriositi dalle foto dei “SLphotographers”.
GP: pubblichi anche in altre piattaforme oltre a Flickr?
NM: ho il mio sito web (www.nurmoo.com), ed ho provato con my space, ecc… C'è una grossa rete ora ma sinceramente ci vuole molto tempo per seguire tutto e tenere aggiornato tutto cosi preferisco Flickr e SL
GP: Il tempo è un limite real per adesso ancora imprescindibile :)
NM: Si infatti… poi mi piace l'idea che alcune cose si possano fare solo qui e trovare solo qui, anche se cerco sempre dei link con la RL
GP: Spesso e volentieri sei la protagonista assieme a Juju Dollinger dei tuoi lavori: immagini poetiche e sensuali che ricamano i corpi ritratti spesso in situazioni particolari.
La performance fa parte del tuo processo artistico?
NM: Per adesso è il mio vissuto qui. Sono i miei ricordi (sintetici), è quello che vivo.
Nelle mie foto cerco sempre la parte "umana " dell'avatar. Io e Juju spessso ci interroghiamo su quello che viviamo…
SL ha cambiato molto la mia vita RL. Infatti prima consideravo il mio avatar come una possibilità altra, un mondo solo mio, ora questa percezione sta cambiando: Nur Moo è come una mia estensione, un modo di vivere meglio dei feelings particolari che prima rimanevano inespressi. Per questo dico che SL può anche avere una funzione terapeutica.
In RL le persone magari sono "costrette" in situazioni, mentre qui possono essere fortemente creative. Molti con cui ho parlato mi hanno detto che hanno scoperto qui una "ebbrezza " creativa che pensavano di non avere; quindi sono fortemente contro tutti quelli che demonizzano SL o la mostrano come una chat per ospedalizzati ,brutti ,problematici ,grassi, ecc…
SL è un mezzo. Tutto dipende da come viene usato. Io e Juju lavoriamo molto per usare questo mezzo nel migliore dei modi possibili.
GP: Un tema di scottante attualità è la perdita di tutto il materiale creativo al momento della “morte” dell'avatar...
Fra pochi giorni, (esattamente il 18 maggio) è stato indetto "Will your Work", un evento globale di protesta contro l'impossibilità di mantenere le proprie opere esistenti anche dopo la morte...Qual'è il tuo punto di vista?
NM: Questione difficile, perchè ho alcune idee in proposito, ma non politically correct, nel senso che non voglio urtare le sensibilità altrui. SL è un mondo virtuale. Esiste, ma non esiste allo stesso tempo, ed è velocissimo! Io non ho l'ossessione di "materializzare" per esistere. L'arte è essenzialmente un "concetto": vive fortemente nel mondo delle idee. Arte senza concetto è solo decorazione quindi non è importante conservare un oggetto perchè è in fondo "solo" la "rappresentazione" dell'idea. Quello che conta per me è l'essenza, meglio se immateriale. Da lì poi nasce tutto.
GP: Descrivici il progetto Poetik...
è senza dubbio una delle land che più ai miei occhi si avvicina al concetto di opera d'arte, e architettura. Ma non solo…
NM: Il Poetik nasce da una necessità di "gioco", mia e di Juju. Quando ci siamo incontrati abbiamo passato ore a parlare di SL e delle sue possibilità e di quanto ne siamo "innamorati", ma ci sembravano sempre poco sfruttate con questa ossessione tutta umana di riprodurre la realtà. Qui possiamo volare, essere animali fantastici, ecc… invece molte espressioni artistiche in SL copiano situazioni reali: musei con scale, porte, corridoi…strade… Perchè? Qui non siamo in RL! Poca creatività essenzialmente nello sfruttare questo mezzo… Così abbiamo pensato di chiedere agli artisti di SL che ci facevano sognare di più di fare delle art installazioni e noi abbiamo organizzato all'interno di queste degli eventi video / musicali per rendere l'arte "live", viverci in mezzo.
GP: esperimento perfettamente riuscito se posso permettermi :)
NM: si infatti, è piaciuto molto…ahah non ci credevamo !
GP: Nel mondo globale dell'arte gli occhi dei pionieri stanno esplorando i vari passaggi di intermediazione tra real life e piattaforme virtuali e viceversa.
La Biennale di Montreal in RL dedicherà molta attenzione a questo tema...Tu hai già partecipato ad un esposizione "real" (“Rinascimento Virtuale” Firenze 2008). Quali sono i feedback di quell'esperienza?
NM: mah ti dirò… penso che l'Italia non sia "pronta" su questo tema.
In Italia c'è realmente un problema culturale: siamo molto poco open minded al momento, quindi la manifestazione era ben fatta, ma gli articoli sulla stampa… penosi! Tutti preoccupati di salvaguardare il RL business di una categoria. Nessuno ha colto l'importanza della questione, anche perchè l'arte ora ..siamo noi! (risata)
Sto scherzando, tuttavia penso davvero che dai mondi virtuali possano arrivare interessanti idee ma credo che all'estero lo possano capire meglio, per ora.
Quando vedo che ora in Italia e non, l'arte è in mano alle banche… alle fondazioni bancarie. Artisti liberi?(risata) Dove?
Poi fare arte in RL è impossibile…le solite logiche…è importantissimo il web, ora. E’ l'arte. Vedi ad esempio con You Tube la possibilità di fare machinima (abbreviazione gergale di machine animation) nei mondi virtuali…, film, video, musica, immagini… Tutti, con poco, possono fare delle cose. Questo è fantastico.
GP: Io, per esempio, ti ho appena fatto una foto :D
NM: ahahah!
G.B.
Nur Moo @:
www.nurmoo.com
www.flickr.com/photos/nurmoo
DayDreaming Magazine: “Ceci n’est pas Nur Moo” on “This is Life” May 2009.
www.ddmagazine.it/2009/numeri.2009/05may/moo.html