domenica 14 marzo 2010   
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 Galleria MetroKubo - Via dei Capitelli 6563b Trieste    

Giovedì 5 marzo 2009  la nostra  associazione ha inaugurato  in collaborazione con il Knulp (www.knulp.it) il nuovo spazio espositivo che sarà anche sede dell’ associazione stessa: Il MetroKubo

 

La sede si trova in Via dei Capitelli 6563b ed è situata nel centro storico triestino.

visitabile il venerdì /sabato dalle 15.00 alle 20.00
 

All’ interno è possibile visitare al collezione privata del DDproject con opere di Eva Marie, Laura Pellicciari, Giada Lonzaric, Paola Castellan, Davide Dionisio; Luigi Tolotti, Pierpaolo Koss, Ugo Pierri, Lopi, Domenico Notarangelo, Fulvio Caiulo, Michele Leccese,  Guido Pezzolato, Guglielmo Manenti, Francesca Martinelli, Lorenza Persoglia
curriculum associazione in pdf

   
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 novembre-dicembre 2009    


 

 

Artelier Mécano in collaborazione con Daydreaming Project (ri)presenta:

 

VANITAS FAIR

Ipotesi per nature morte di giornata

 

Dal 27 Novembre al 12 Dicembre 2009

Finissage 12 Dicembre ore 19:00

Galleria Metro Kubo

Via dei Capitelli 6563/b (in prossimità dell’Arco di Riccardo)

Trieste

 

La collettiva tematica promossa da Artelier Mécano, dopo il vernissage tenutosi nell’expolaboratorio del duo “anti-designer”, situato nella suggestiva cornice di piazzetta Scorcola a Trieste si sposta alla galleria MetroKubo, dove rimarrà in esposizione fino a Sabato 12 dicembre, data in cui la conclusione della mostra verrà salutata con un finissage aperto a tutti, a cura di Daydreaming Project.

Per approfondire:

 

 

Gli orari di visita sono:

 Venerdì dalle 15.00 alle 19.00
 Sabato dalle 15.00 alle 19.00   
 
 È possibile prenotare visite in altri orari accordandosi con DayDreaming project tramite @mail
 
oppure telefonicamente:

 Sergio: 3471736329

 
ECCO L'ELENCO DEI PARTECIPANTI :

1 deng zhima
2 rui coelho
3 max jurcev
4 nina masina
5 aljosa puric
6 christian fermo
7 samantha fermo
8 sergio pancaldi
9 carlo andreasi
10 luca petaccia
11 barbara romani
12 elena greco
13 barbara loden
14 michele paghi
15 christiana viola
16 paola castellan
17 francesca tja
18 nadia sirca
19 giorgio mastrolia
20 nanni spano
21 tommaso lizzul
22 maria grazia todaro
23 roberto micheli
24 nina&maya rules
25 alice rubino
26 francesco lukaric
27 matilde zacchigna
28 lilia de mattia
29 patrizia miliani
30 miriam chermaz
31 stefano stiglich
32 sebastian degli inncenti
33 fabio del coco
34 igor germani
35 elia gabriel
36 isa bullo
37maurizio martinelli
38 federica marchesich
39 davide del degan
40 fabio bressan
41 diego iaconfcic
42 claudio farina
43 sandro benedetti
44 massimo premuda
45 paolo ferluga
46 leila cavalli
47 davide garbuggio
48 cesare grazioli
   
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 ottobre 2009    
10 >15 ottobre

Nel centenario dalla nascita dirompente del Futurismo, l’associazione L’Officina e Trieste Contemporanea in collaborazione con Daydreaming Project proporranno un programma di eventi e riflessioni su questo movimento in compagnia dell’artista e performer genovese PierPaolo Koss.


PIERPAOLO KOSS 

Il Cavaliere elettrico
 
nel centenario del Futurismo
 

a cura di Nanni Spano

 

inaugurazione e performance,
sabato 10 ottobre, 18.30 Studio Tommaseo (Trieste, via del Monte 2/1)

 

Allievo diretto dell’aerodanzatrice del futurismo Giannina Censi – che danzava “antigraziosa, asimmetrica e sintetica” gli aeropoemi di Marinetti – Koss eseguirà per il centenario  Il Cavaliere elettrico, una performance in cui riproporrà il corpo-macchina meccanico e primitivo, che questa avanguardia storica voleva fosse un oggetto vivo con infinita potenzialità di movimento.

L’intensa danza meccanica sarà accompagnata dalle installazioni multimediali e dal soundtrack di Andrea Mazzone. Lo spettacolo si svolgerà mentre  musiche originali futuriste saranno eseguite dal vivo dal sound designer Mazzone e un'installazione di tre video proiettori e una telecamera rielaboreranno in tempo reale attraverso computer l'azione meccanica del performer in un caleidoscopio futurista alternato a materiali video tratti da film futuristi d’epoca e da altre performance futuriste realizzate in passato dallo stesso Koss.

Il costume-scultura che Koss indosserà è tratto dal bozzetto che Giacomo Balla disegnò nel 1926 per il russo Theodore Kosloff, danzatore dei Ballets Russes di Serge Diaghilev. Kosloff conobbe a Parigi i futuristi italiani ed in particolare Marinetti, amico di Diaghilev, e utilizzò questo costume-scultura in due sole occasioni, in Italia nel cortometraggio "Elettricità" presentato come danza meccanica nel 1926 e a Hollywood nel film “Madame Satan” di Cecil B. De Mille del 1930.

Questo costume futurista è stato ricostruito da Koss in occasione della II Biennale Internazionale di Charleroi-Danses “Corps et Machines” del 1994,  per la produzione W la macchina e lo stile d’acciaio, rappresentata al Palais des Beaux-Arts de Charleroi con la consulenza artistica di Giannina Censi e la partecipazione al pianoforte del compositore Daniele Lombardi.

L’evento inaugurale, a cura di Nanni Spano, prevede inoltre una mostra di guaches dei costumi futuristi di Koss – ricostruiti da altri bozzetti originali di Balla, Depero, Exter, Prampolini, Panneggi e Fidora – e il video Futurismo. Una rivoluzione radicale Italia Russia, realizzato da  Koss l’anno scorso al Museo Pushkin di Mosca.

L’omaggio al Futurismo continuerà nelle giornate di lunedì 12, mercoledì 14 e giovedì 15 con altri importanti incontri con il cinema futurista, la fotografia futurista, il teatro futurista e la cucina futurista, che sarà la protagonista del succulento evento di chiusura di giovedì 15 ottobre.

 

 

programma:

 

Sabato 10 ottobre

 

Studio Tommaseo (via del Monte 2/1)

 

ore 18.30, inaugurazione: Guaches di PierPaolo Koss di costumi futuristi ricostruiti dai bozzetti originali di Giacomo Balla, Fortunato Depero, Aleksandra Exter, Enrico Prampolini, Ivo Pannaggi, Alma Fidora;

 

Futurismo. Una rivoluzione radicale Italia Russia (video, 2008, produzione PierPaolo Koss Performance Project, Museo Pushkin di Mosca).

 

ore 19.00, IL CAVALIERE ELETTRICO, performance e video installazione di PierPaolo Koss (danza meccanica: PierPaolo Koss; installazioni multimediali e soundtrack: Andrea Mazzone).

 

 

Lunedì, 12 ottobre

 

Studio Tommaseo

 

ore 18.30, Performance e teatro futurista conversazione con PierPaolo Koss.

 

ore 19.00, proiezione di Vita futurista, (video, 2007, produzione PierPaolo Koss Performance Project, Moscow International Performing Arts Center).

 

 

Mercoledì, 14 ottobre

 

MetroKubo (via dei Capitelli 6563b)

 

ore 19.00, inaugurazione: Vita futurista, mostra fotografica di PierPaolo Koss.

 

ore 20.00, Cinema e teatro futurista e cubofuturista, incontro con PierPaolo Koss (prima parte) – proiezioni: Thais (Italia,1916, regia Anton Giulio Bragaglia); L'uomo meccanico (Italia, 1922, regia André Deed).

 

 

 

 

 

 

 

Giovedì, 15 ottobre

 


Studio Tommaseo

 

ore 18.30, proiezione di Giannina Censi, musa futurista, video ricostruzione di aerodanza di PierPaolo Koss.

ore 19.00, Officina Russolo (2009), Harry Partch Vol. 1-Variazioni per una moka (2007) e Nimbus (nuvole) (2008-09), animazioni futuriste di Guglielmo Manenti.

ore 19.30, Evento Performativo Multisensoriale  a cura di Sergio Pancaldi e Christiana Viola con Degustazione di piatti preparati secondo i dettami del Manifesto della Cucina Futurista tra i quali spiccano le Mammelle Italiane al Sole della pittrice Marisa Mori

MetroKubo

ore 21.00, Cinema e teatro futurista e cubofuturista, incontro con PierPaolo Koss (seconda parte)    proiezioni: Ballet mécanique (Francia, 1926, regia Fernand Léger); Entr'acte (Francia, 1924, regia René Clair); Avvinta nel film (Russia, 1919 regia Vladimir Majakovskij)

 www.pierpaolokoss.com

 


 


 

 

Officina Russolo

 

Disegni e regia: Guglielmo Manenti
Animazione: Dario Guastella
Musica riadattamento sonoro Vincent Migliorisi

Produzione: Extempora 2009

Nel 2009 il Futurismo festeggia cento anni dalla pubblicazione del manifesto della sua fondazione. Questa animazione è perciò dedicata a Luigi Russolo, uno dei fondatori del futurismo, l’inventore di stralunate macchine sonore (i cosiddetti “intonarumori”) che cercano di riprodurre i suoni-rumori della realtà. Russolo, infatti, è anche autore di un suo Manifesto,  che esce nel 1913, che si intitola “L’arte dei Rumori“. In esso, Russolo anticipa tante esperienze musicali che si svilupperanno per tutto il Novecento, a partire da Schaffer, Fluxus ecc. fino ad arrivare ai giorni nostri con musicisti che continuano a citare le sue ricerche come fonte di ispirazione.

Il suo concetto è di fare musica ricreando i suoni stessi della città, senza doverli tradurre con strumenti classici, come era stato fatto prima, grazie a delle macchine. Questi “Intonarumori” hanno  nuovamente oggi,  in un’era di strumenti e musiche digitali, hanno un valore non solo storico –musicale, ma anche estetico come sculture sonore.

L’animazione “Officina Russolo” è un viaggio all’interno di ambienti sonori, dove ogni spazio rievoca alcuni aspetti legati a delle estetiche contemporanee, ovvero del rumorismo, di suoni prodotti da macchine industriali e ingranaggi pesanti e ripetitivi, fino ad arrivare a suoni minimi di ingranaggi-gioco in stanze cinesi.

Molti dei suoni che si sentono nel cortometraggio nascono dall’idea di provocare suoni tramite la distruzione stessa di strumenti musicali più o meno classici.  Il rock e l’avanguardia musicale invece hanno utilizzato la distruzione di strumenti in maniera romantica, per indicare un superamento, o un annullamento, come la chitarra bruciata o spaccata sul palco, o John Cage che distrugge un pianoforte come performance-concerto.

Un'altra idea è quella di evocare alcuni suoni collegati al lavoro, come un saldatore o dei martelli pneumatici, o anche l’ipotesi immaginifica di come potrebbero suonare alcuni ambienti fatti di accostamenti di macchine e scenografie bizzarre.

In “Officina Russolo” l’estetica della macchina è portata alle estreme conseguenze. Non c’è traccia dell’esaltazione futurista, ma al suo posto abbiamo la sensazione di trovarsi davanti a una serie di macchine e ingranaggi inutili che ripetono costantemente il loro compito di distruzione musicale.

Le estetiche prese in prestito.

Ogni stanza, oltre a rappresentare una macchina, è collegata inoltre a una estetica differente collegata al rumorismo.

Primo ambiente: Una pressa meccanica schiaccia delle percussioni portate da un rullo. Il riferimento è al gruppo berlinese “Einstürzende Neubauten” e a tante altre esperienze di Gruppi Industriali.

Secondo Ambiente: Degli operai Robot con un martello pneumatico sfondano delle chitarre elettriche amplificate, riferito a Sonic Youth.

Terzo ambiente: Un ragno in un ambiente oscuro sta a saldare la sua preda, una macchina. Qui il collegamento è con il rumore provocato dalla luce del saldatore.

Quarto Ambiente: Una pala meccanica suona un clavicembalo, con riferimenti a Cage e Nancarrov.

Quinto ambiente: In una sala giochi Pop dall’alto vengono calate delle sagome di miti rock che vengono incenerite da un lanciafiamme. Riferimento a The Residents e Negativland.

Sesto ambiente: Stanza delle cineserie, ingranaggi fatti da oggetti di uso comune che cadendo provocano altre cadute. Riferimento a Ruby Goldberg, Munari, e Harry Partch.

Settimo ambiente: In un teatro una musicista asiatica invoca nel suo canto il risveglio della natura, una ruspa sposta dei manichini di ballerine fuori dalla scena.

Ottavo ambiente: Questo ambiente è riferito al quadro “Las Meninas” di Velasquez del 1656, un quadro alquanto misterioso a causa della sua concezione concettuale e spaziale. Le figure che popolano il quadro sono state trasformate in macchine e sagome in movimento, che si muovono componendo il quadro conosciuto, ma anche permettendoci di vedere alcuni angoli della stanza dove avviene la scena, che nel quadro originale è reso in un gioco di specchi.

Nono Ambiente: Il riferimento è a “Il grande Vetro” (1915-23). Questa opera di Marcel Duchamp è resa come fosse una lavanderia sistemata alla fine di tutte le stanze. L’ambiente ricostruisce ogni singola parte dell’opera trasformandola in una grande lavanderia. Si tratta di un’opera silenziosa, fatta di ingranaggi simbolici che si muovono provocando dei rumori.

Decimo ambiente: Un ambiente esterno al di fuori del precedente ambiente architettonico. Si vede un ponte su un fiume, dove gira una barca con degli amplificatori dove onde sonore e acquatiche si fondono. Il riferimento è alle musiche di Ligeti.

L’animazione “Officina Russolo” è concepito come un unico grande marchingegno. Durante la sua proiezione possono esserci altri musicisti che improvvisano dal vivo tenendo in considerazione i suoni e le suggestioni provenienti dallo schermo

 

Harry Partch Vol. 1

Variazioni per una moka

Genere: animazione – stop motion
Paese di produzione: Italia
Anno di produzione: 2007
Durata in minuti: 2’31’’

Regista: Guglielmo Manenti
Produzione: Extempora Srl
Distribuzione: Extempora Srl
Sceneggiatura: Guglielmo Manenti
Fotografia : Carlo Natoli
Musica: Harry Partch
Montaggio: Carlo Natoli
Effetti speciali: Guglielmo Manenti, Carlo Natoli
Cameraman: Carlo Natoli
Scenografia: Guglielmo Manenti

Sinossi
Un balletto meccanico prende vita intorno a una caffettiera, che di volta in volta si trasforma, diventando scatola magica, finestra su altri universi. Il video trae spunto dalle bizzarre elaborazioni musicali del compositore americano Harry Partch, dai suoi ritmi sincopati che si rivelano perfetti per musicare una coreografia realizzata con sagome disegnate in stop motion.

Finalista (secondo classificato) a “Corti Moak”, Modica (RG),  settembre 2008

Selezionato al Festival del cinema indipendente, Sezione cortissimi, Foggia, novembre 2008

Selezionato a “Cortoons”, Festival di corti d’animazione, Roma, marzo 2009

Selezionato a “Nontzeberri”, Festival di cinema fantastico, Bilbao, maggio 2009

Selezionato a “Corti and Cigarettes”, Festival di cortometraggi, Roma, giugno 2009

Selezionato a “Corti tra le Nuvole”, Vercelli, settembre 2009

 

Nimbus (nuvole)

Inutile cercare un senso a Nimbus, non è chiaro se corrisponde al nome del personaggio o a uno stato mentale.

Qualcuno potrebbe anche avanzare delle spiegazioni  sul fatto che il personaggio avanza a quattro zampe, forse un rimando alla condizione precaria  dell’uomo, un ritorno all’infanzia o  a uno stato animale. Lo si vede avanzare indifferente a tutto quello che sta intorno.

Un mondo fatto di mutamenti sismici ma anche di immobilità di periferie immerse nel sonno.

Corpi in lenti movimenti ipnotici.

Solo apparentemente sembra non accadere niente.

Un rifiuto all’idea del film come accadimento di storie e di fatti eclatanti.

Ogni episodio di Nimbus chiude con la scomparsa del personaggio verso l’alto,

 

Nimbus  (genesi)

Disegni e regia: Guglielmo Manenti

Animazione: Dario Guastella

Musica: Ellioth Sharp

Produzione: Extempora 2008

 

Nimbus Periferie

 Disegni e regia: G. Manenti

Animazione: Dario Guastella , John Cascone (inserto Mw99)

Musiche:Pascal Comelad, Voi

Produzione Extempora 2008

 

Nimbus La giostra

Disegni e regia: G. Manenti

Animazioni: Dario Guastella

Musiche:tratte da Exces d’identitè di Misato Hayashi e Dario De Filippo

Produzione Extempora 2009

www.guglielmomanenti.it


Patrizia Miliani scrive per la rubrica "Schizzi d' inchiostro"

Un cavaliere elettrico sfugge al carillon di figurine futuriste che piroettano sulla scalinata del museo Puskin di Mosca, in un tuonare di sirene, e giunge fino a noi, nella breve e intensa performance di PierPaolo Koss , evento inaugurale dell’omaggio al  futurismo  allo Studio Tommaseo. E’ un’apparizione il cavaliere elettrico, irto di saette d’energia, il corpo fasciato nella tuta verde fluo, tentenna e rotea i raggi ieratico. Una musica di suoni affilati accompagna questa divinità elettrica dai gesti  lentissimi, che esprime una forza ancora trattenuta , e guarda noi, spettatori increduli davanti a un pezzo autentico di futurismo centenario.

E’ il meraviglioso futurista che ci seduce ancora, senza mostrare le rughe di un secolo, e ci cattura proprio per il paradosso del tempo che dovrebbe aver trasformato in un pezzo da museo questo movimento che i musei li voleva radere. Ma non è così. Perché il futurismo ha i suoi mille semi disseminati, e rintracciarne l’eredità è stato un bell’esercizio a cui  si sono dedicati tutti gli interventi nelle varie giornate, da PierPaolo Koss a Guglielmo Manenti al curatore Nanni Spano. E noi pubblico non possiamo che assentire e stupire per la culla così prospera di Marinetti e amici.

Il programma che Trieste Contemporanea, L’Officina, in collaborazione con DayDreamingProject, nella figura del curatore Nanni Spano, hanno proposto dal 10 al 15 ottobre, ha offerto una ricca opportunità per conoscere il futurismo. Una serie di spunti, di sollecitazioni, di sorprese,  che dalle arti visive alla danza, dal teatro al suono, sono stati accolti da un pubblico attento e affezionato ai vari appuntamenti,  e che ha partecipato numeroso alla serata conclusiva, in cui Sergio Pancaldi e Christiana Viola hanno curato l’evento performativo multisensoriale. I due attori hanno dato vita  ai personaggi di  Marinetti e Valentine de Saint Point, in un intarsio dai loro manifesti, componendo un duetto di sottile umorismo e fine interpretazione sulla donna  nel futurismo.

E’ stata una vera partitura futurista,  evento policromo, polifonico e polimorfo, come avrebbe detto Filippo Tommaso Marinetti. Di grande impatto l’installazione multimediale curata da Andrea Mazzone, con la proiezione  di immagini accompagnate da una colonna sonora sintetizzata da moduli di composizioni futuriste. E ancora, le conversazioni di Pierpaolo Koss sulla propria esperienza artistica in relazione al  futurismo, illuminanti e ricche di annotazioni.  Oltre  all’interessante mostra fotografica al Metrokubo, con opere in bianco e nero ispirate al fotodinamismo di Bragaglia, tratte o riprodotte in studio dagli spettacoli del performer genovese. Un repertorio di  personaggi futuristi, come bizzarri cubotti meccanici umanizzati, o figure rotanti, con guardinfante e cerchi,  o una ballerina di aerodanza, in costume e calottina metallizzata, sdoppiata dal ritmo del movimento.

Ci sembrano strane queste figure  di creature geometriche o  meccaniche che negano il corpo umano e lo bloccano in movimenti seriali,  disintegrando  con uno sberleffo la classicità. Quasi giocattoli che si animano, creature  perturbanti come gli automi, così inumane e familiari al tempo stesso.

Il futurismo non ama l’umano. Vuole sopprimere l’”io”, che considera una polpetta di psicologia tormentosa. Ma proprio là dove nega l’umano e sceglie la materia come campo d’elezione, si mostra l’impianto retorico del discorso futurista. Si esalta la nuova sensibilità moderna, frutto delle scoperte scientifiche, aereo,  automobile, telefono. Ma nessun futurista  abbraccia la scienza, al contrario. La materia è considerata “un’ossessione lirica”, di cui si può intuire l’essenza “cosa che non potrebbero mai fare i fisici e i chimici” (dal Manifesto tecnico della letteratura futurista, 1912).  Invece sono proprio gli anni in cui  nasce la fisica quantistica, che scopre il comportamento della materia nella dimensione subatomica, animata da principi eretici per la fisica galileiana.  Il futurismo quindi non è soltanto sinonimo di  rottura radicale col passato, ma presenta accanto anche  persistenze  di quella tradizione passatista, letteraria e retorica,  proprio quella che il movimento intendeva affossare.

 

Eppure, come si devono essere divertiti Marinetti e amici. Tanto. Perché questo gas esilarante del gioco al  meccano, dei cubotti animati, delle creature rotanti, dei suoni sparati, si sente ancora, e ci sorprende. Proviamo anche noi ad interrogare gli oggetti che ci accompagnano, una caffettiera ad esempio, protagonista di una drastica epopea tra gorilla e pellicani in una delle animazioni di Guglielmo Manenti. Forse non la troveremo né triste né lieta, come ci suggerisce Marinetti. Al nostro sguardo disincantato “il coraggio, la volontà, la forza assoluta” di un oggetto, di una caffettiera, non appare. Per noi la materia è un paesaggio consumato di senso, e soltanto un evento di meraviglioso futurista ci può restituire la visione, con un punto di vista diverso, sognando di guardar giù, seduti sul cilindro della benzina, in aeroplano, ad ascoltare l’elica turbinante che ci parla.

Gran finale allo Studio Tommaseo con le ricette originali della cucina futurista, il Carneplastico, il Bombardamento di Adrianopoli, le Mammelle delle italiane al sole, l’Antipasto intuitivo, che i “futuristi” collaboratori dell’associazione DayDreamingProject hanno interpretato per l’occasione. E il dinamismo del pubblico intervenuto ha esaurito in breve le scorte.

Patrizia Miliani


 

organizzatori: L’Officina, Trieste Contemporanea

in collaborazione con l’Associazione culturale Daydreaming Project e Studio Tommaseo

con il sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia

con l’adesione della Casa dell’Arte di Trieste
   
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 settembre 2009    

L'Associazione culturale DayDreaming Project, in collaborazione con KNULP presenta:

Is anybody home?

Mostra fotografica di HOTB

 

 

 

Sabato 12 settembre 2009

 

evento inaugurale:
ore 19.30
presso:

 

GALLERIA METROKUBO

 

Via dei Capitelli, 6563b Trieste

 

(sarà presente l’ autore)

 

L’ evento rientra nella 5a edizione di Triestèfotografia organizzata dall’ Associazione Culturale Juliet


Andy Violet per HOTB

HOTB è un fotografo e artista visuale, conosciuto per la ricerca di soluzioni visive estreme e l'uso di uno schema di colorazioni sature, suo inconfondibile tratto caratterizzante, che conducono ad una radicale trasfigurazione della figura umana. Costante è l'utilizzo di oggetti-feticcio, come un vecchio telefono di metà secolo e una chiave, correlativo oggettivo dei temi principali delle sue opere: la comunicazione interpersonale, la memoria e il segreto. Sebbene il sesso sia spesso presente nei suoi lavoro, esso è più simile a un moto di misticismo che a pura pornografia, mettendo la sessualità esibita al servizio di una impressionante, olistica esperienza di conoscenza del Sé, che può risultare in sentimenti di ripugnanza per lo spettatore. Il paradosso di un "corpo spiritualizzato" riempie lo spazio della fotografia, che più che mai diventa nelle sue mani il campo di battaglia tra la quotidianità e l'eternità, in cui egli opera un'incessante drenaggio dalla banalità all'assoluto. La sua non è fotografia, ma mitografia, creazione o rivisitazione di archetipi in una decadenza sovraccarica e barocca in cui, come piccata risposta ad Antoine de Saint-Exupéry, "l'essenziale diventa visibile agli occhi", una spietata anatomia cerebrale in cui la follia, ricercata con metodicità e criterio, è l'allucinazione di una mente eccessivamente lucida. Tuttavia, tra passione e ossessione c'è in comune ben più che lo spazio di una rima, ed entrare nell'ufficio di questo raffinato detective dell'anima potrebbe significare ritrovarvi, come nei migliori gialli, nella stanza del serial texturizer.

Andy Violet BIO

Andy Violet lavora come poeta, scrittore, artista visivo e musicista. Laureato in Lettere Moderne, insegna Italiano e Latino in un Liceo Classico. Membro fondatore del gruppo di dub, trip hop e musica sperimentale Oem Quartet.


 

RIGHT RED

 

Intervista di Sergio Pancaldi (Staff DDProject) a HOTB.

 

Percorrendo la tua sterminata produzione ho avuto spesso la sensazione di ritrovarmi spettatore di un racconto infinito, una narrazione non consequenziale né lineare, composta di frammenti di vita materiale, ed osservata attraverso un groviglio di maglie dai colori acidi e saturi di tensione poetica ed emotiva.

 

E’ in realtà una narrazione molto articolata nella quale tutti i miei lavori occupano uno spazio ben preciso. Come hai sottolineato, questa narrazione non vuole e non può essere lineare perché la “storia” descrive vicende umane, tentativi, vittorie e sconfitte e quello che ci arricchisce come individui è la capacità di ripensare continuamente la nostra vita, di osservarla da diverse prospettive.

 

Nel tuo lavoro il corpo umano è protagonista assoluto ma a volte brilla per la sua assenza…

 

Il corpo, la carne… è il materiale biodegradabile che preferisco. Hai assolutamente ragione quando dici “brilla per la sua assenza” nel senso che ha una valenza doppia quando manca rispetto a quando c’è. E’ un corpo trasfigurato e, il più delle volte, frammentato… che si dà nel dettaglio molto più che nella totalità perché la totalità ha smesso da tempo di essere la somma delle parti.

 

Un simbolo ricorrente nella tua produzione è il telefono, spesso un vecchio apparecchio che permette come solo strumento comunicativo la voce. Chi o che cosa c’è all’altro capo della “cornetta”?

 

Quando avevo 4 anni, in Venezuela dove sono nato, io e mia sorella con mia madre andavamo a far visita a un’amica di famiglia, almeno una volta la settimana. In un armadio della casa c’era questo telefono nero, obsoleto già allora, con cui noi bambini giocavamo. Credo sia stato il mio primissimo feticcio, oggetto di un desiderio non corrisposto. Infatti, mentre mia sorella aveva sempre queste lunghissime conversazioni (che solo dopo ho capito essere immaginarie), quando era il mio turno il telefono era sempre muto. Il telefono che compare così spesso nei miei lavori è senza dubbio l’immagine di quel telefono: da qui il suo essere scollegato, fuori posto, in ogni caso inadatto allo scopo di comunicare. All’altro capo della cornetta non c’è nessuno ma, d’altra parte, neanche a questo capo.

 

Parlando di musica, quali sono i tuoi riferimenti? Se non erro, la sigla H.O.T.B ha a che vedere con questo campo creativo…

 

HOTB è l’acronimo di Home Of The Brave, il film diretto da Laurie Anderson, un omaggio al suo genio.

Tu mi chiedi informazioni più concrete ma, in realtà, posso solo dire che HOTB è una entità relativamente giovane, essendo nato nel e per il web nel novembre del 1997. La musica è stata in qualche modo il suo humus e infatti il suo sogno nel cassetto resta quello di disegnare copertine per album musicali, sogno realizzato solo sporadicamente. Da Peter Gabriel ai Nurse with Wound passando per tutta la scena indie ’80 e ’90 la musica è il rumore di sottofondo di quasi tutti i miei lavori. Il primo progetto di HOTB per il web fu una serie intitolata TIME/RECORD OF THE TIME (ancora la Anderson) e spessissimo i miei titoli sono ripresi da songs che in un modo o nell’altro rappresentano momenti e/o dettagli particolari nella mia vita.

 

Mentre per quanto riguarda poesia e letteratura? I titoli che accompagnano le tue immagini sono sempre evocativi e mai banali…

 

Sono un lettore compulsivo… non nel senso che leggo di tutto, è solo che se scopro un autore che mi piace “devo” leggere tutto quello che ha scritto. De Sade, Ballard, Pessoa, Burroughs, Ben Jelloun così, in ordine sparso… ognuno di loro mi ha insegnato qualcosa… la serialità sadiana e il suo spiccato senso matematico, la fredda eppure sensuale crudezza di Ballard, la poesia inarrivabile di Pessoa e, soprattutto, il suo invito ad essere multipli, come in un gioco di specchi, come si usa fare così spesso oggi in rete…

 

E’ piuttosto nota nelle web community la tua passione di reinterpretare immagini di altri, impregnandole del tuo tocco, qual è la tua opinione sulla proprietà e sull’identità di un lavoro artistico?

 

La prassi di “rubare” le immagini di altri e di rielaborarle nasce sulla scia di quello che Andy Warhol definiva “fare piccoli regali alle persone così si ricorderanno di me”… e infatti ancora oggi quando rispedisco l’immagine rielaborata all’autore lo avverto che c’è un regalo per lui nella mail. Detto questo, ho il massimo rispetto per il lavoro artistico di quelli a cui “rubo” le immagini e, se lo faccio, non è perché l’originale sia incompleto o necessiti del mio trattamento, è semplicemente perché io ci vedo altro… magari questo altro non ha nulla a che vedere con le intenzioni dell’autore stesso… diciamo che il mio lavoro in questo caso si situa in una zona di mezzo tra il non detto e il non visibile. Devo dire, con un certo rammarico, che non sempre viene colto questo aspetto della rielaborazione… i più la vedono come una semplice operazione estetica e mi propongono le loro immagini da rielaborare… ma non funziona così.

Per quanto riguarda la proprietà del lavoro artistico, beh, l’altro giorno Andy Violet mi ha chiesto quasi sconcertato “ma tu uploadi le immagini in dimensioni stampabili?”  Certo che si… a me non interessa avere alcun copyright sulle immagini, il mio stream è un invito al saccheggio e la sola idea che qualcuno possa prendere una immagine creata da me e spacciarla per sua facendone quello che gli pare mi procura un piacere vicino all’orgasmo.

 

Il medium elettivo di H.O.T.B è il digitale: dall’immagine fotografica al filtraggio attraverso il software. Esistono tuttavia anche tue produzioni concrete, nate magari per diretta commissione... ci sono formati e supporti che prediligi?

 

HOTB è assolutamente una creatura digitale tout court. Le sue creazioni nascono muoiono e rinascono con l’accensione e lo spegnimento di un monitor e, personalmente, non credo esista un supporto diverso capace di renderle con uguale intensità. Eventuali produzioni concrete, le copertine del gruppo death metal NATRON per esempio, sono sempre firmate col mio vero nome, mai HOTB. Unica eccezione le stampe su tela sulle pareti di Villa Ormaneto, in provincia di Verona.

 

Ti chiedo un commento a questa frase, pronunciata davanti a un pubblico sicuramente sconcertato da Filippo Tommaso Marinetti durante la sua prima serata teatrale futurista, a Trieste: “Gli artisti morti sono ben pagati. I vivi non raccolgono che scherni, insulti, calunnie, e patiscono la fame. Sotto il regno di questi sfruttatori del passato si uccide ogni giorno un poeta di genio… Noi dobbiamo difenderci contro gli abili assalti degli opportunisti, degli spiriti grettamente mercantili che abbondano nel mondo dell’ arte” 

 

Credo che, tranne che per rarissime eccezioni, le parole di Marinetti siano attuali oggi più di ieri. E ti parlo come uno che rifiuta di essere etichettato artista, lo sai, ti parlo come semplice fruitore. Oggi è l’Arte in sé che patisce la fame, è la cultura che stanno cercando di svuotare di significati e contenuti. Basta vedere lo scempio che si fa allegramente dell’istruzione di questo paese, i colpi di machete alla ricerca, all’università, allo spettacolo. E qual è il contraltare? Noi dobbiamo difenderci dagli spiriti grettamente mercantili che ormai occupano il potere e ogni forma di comunicazione.

 

Qual è il “simposio ideale” di H.O.T.B? Citami almeno tre personaggi di qualsiasi epoca storica del passato con i quali ameresti parlare d’amore.

 

Questa è facile… Medea, Frida Kahlo e Virginia Woolf. Tutte donne, inevitabilmente... gli uomini sono inabili ad amare.

 

Spesso tra le tue immagini si cela un senso incombente di apocalisse, o più in generale di imminenza del tragico. Ritorniamo nel 2009 in Italia oppure, se preferisci, su questo pianeta senza badare ai confini delle nazionalità. Qual è un futuro possibile? E l’arte che ruolo potrebbe giocare in questo scenario ipotetico?

 

Ho due bambini, mi piacerebbe arrendermi al facile pessimismo ma non posso. Non posso accettare passivamente che il loro futuro sia peggiore del nostro presente. E’ ingenuo pensare che l’arte possa portare a compimento la rivoluzione delle masse però il ruolo che l’arte e la cultura possono e devono giocare è enorme. Instillare il dubbio contro l’omologazione, scuotere dal torpore, anche solo accendere una riflessione. Provocare. Ecco, quando qualcuno commentando i miei lavori dice che provocano una riflessione, io sono appagato.

 

Infine, parlando di futuro in termini più concreti, ci sono dei progetti in cantiere? Oltre ovviamente all’esposizione prossima ventura qui a Trieste, presso il MetroKubo.

 

Progetti espositivi in cantiere non ce ne sono, in realtà. La mostra a Trieste rappresenta un’anomalia, di cui sono felicissimo e a cui tengo molto ma non credo potrà ripetersi in altri luoghi e tempi. Nel futuro di HOTB ci sono soprattutto collaborazioni con musicisti e artisti di varia estrazione come  “p.Oz.”, “dok.topùs” e “the dim locator” le cui musiche faranno da colonna sonora all’esposizione di Trieste.

 


Patrizia Miliani in “schizzi d’ inchiostro”

 

Hot Chi?

E' finito il tempo in cui un'immagine scatenava baruffe e si pigliavano botte a cotè di un dipinto dove una puttana nuda guardava lo spettatore senza fare la maddalena? E' finito.

Non c'è più modo che un'immagine possa èpater le bourgeois, facendo un botto nel suo salotto disneyano? No, non c'è più.

HOTB compone figure, là dove altri nei secoli hanno costruito sistemi filosofici, o si sono tormentati sulla persistenza del male, e hanno scritto volumi sulla crudeltà. HOTB non è il nipote di De Sade, e non finirà alla Bastiglia per le sue immagini. Anzi. Il fruitore della sua personale potrà sentirsi piacevolmente compiaciuto o sottilmente sconcertato, ma tornerà a casa comunque con un frizzico blu nella schiena. HOTB con la sua provocazione ci aiuta a sentire quanto è viva la nostra coscienza televisiva, adorna di immagini pubblicitarie, dove c'è sempre casa, ovunque nel mondo e in qualsiasi malaugurata situazione, basta avere il fusillo in tasca. HOTB lo sa, e alleste per noi il suo teatrino poco rassicurante nello scantinato umido e fetente delle sue pulsioni di morte. Manca l'ultimo sfregio, quando la creatura soccombe, senza ritorno, all'esplorazione di quello scantinato,dove le donne di Barbablù sono custodite in stile macelleria.

E' femminile, l’oggetto che si ritrova nello scantinato di HOTB, serrata nelle corde, nastro adesivo sulla bocca, spesso senza occhi, un essere senza sguardo, negato, come nei lager, dove i prigionieri non dovevano mai guardare negli occhi i carcerieri.

Perchè lo sguardo è lo specchio, e il torturatore non vuole specchiarsi.

Gli occhi ricompaiono nei primissimi piani maschili, dove HOTB assume il ruolo di colui che ama, e il colore è sparato nelle iridi degli amati.. Lo sguardo cancellato della donna, vittima per definizione, traspare nascosto nelle iridi fluorescenti degli amati, che accompagnano, come faceva l’Iride del mito, le donne"morte" nell'aldilà.

C'è del manierismo nelle immagini di HOTB, nel sovraccarico di grafismi che addensano oscurità, accanto a qualche colore primario steso a contrappunto di una luce che non illumina. L'immagine è come sottoposta alle interferenze del tempo, litografica e bloccata nelle righe, nelle vetrate a quadrati, quasi sbarre.

Il pathos è' confinato nei titoli, nell'abbandono lirico di un capannone industriale, nella rovina accorata di una vasca da bagno, nelle macerie di un luogo senza luce, dove le sole finestre possibili si spostano, e sono occhi di visi infantili, in altre immagini, sparse qua e là, come una grammatica di luce in mezzo all'opaco.

Una discesa agli inferi con redenzione promessa dai visi infantili. E se il nazareno capitasse nella galleria dove espone HOTB, tornerebbe alla carica, con i suoi amici pescatori ed esattori delle tasse, lenti e permalosi, per trovare altri amici, lenti e permalosi.

Per sua sfortuna e nostra fortuna, HOTB non ha letto Melanie Klein, che racconta con dovizia del "terribile comportamento sadico" dei bambini piccoli. E così, per HOTB l'innocenza resta, e rischiara o disturba la nostra visione delle sue immagini.

In HOTB un'umanità genitale e a tratti pornografica interpreta una sgangherata pulsione di vita, mentre neri telefoni disseminati, come ruderi in un paesaggio romantico, sono in attesa di una chiamata.

Forse, la chiamata di colui che un tempo era l'Interlocutore, ora muto.

Il fotografo pugliese non ci racconta nulla della signorina stesa a terra con i polsi legati dalle corde ben serrate. Lo sconcerto per noi, il vero teatro della crudeltà, sarebbe scoprire che è nostra sorella o la vostra fidanzata. Ma HOTB ce lo risparmia. Anche Isacco era incaprettato sulla pira, pronto al sacrificio, ma fu risparmiato. Ecco, le immagini di HOTB parlano dell'impossibilità del sacrificio.

E dell'essere risparmiati.

L'impossibile sacrificio costringe a ripetere rituali dove la vittima è sempre risparmiata, e alla fine, si toglie le corde, si riveste e torna a casa, a farsi una piatto di fusilli e a guardare la tivù.

 

Patrizia Miliani

Collaboratrice del DDproject

   
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 Galleria MetroKubo - Via dei Capitelli 6563b Trieste    

Per un pubblico di appassionati il 16 giugno diventa  un ” Bloomsday” che collega Dublino, Parigi, Zurigo e Trieste:

 L'Associazione DayDreaming presenta

BloomsDay

dedicate James Joyce

mostra di Guglielmo Manenti

INAUGURAZIONE
MARTEDI’ 16 GIUGNO h 19

GALLERIA METROKUBO
Via dei Capitelli, 6563b Trieste

sarà presente l’ autore

interventi multimediali a cura del DDproject

interverrà Erik Schneider sul tema “Joyce e i bordelli triestini

segue rinfresco


 

L’Associazione Culturale Daydreaming Project, presenza attiva nello scenario artistico contemporaneo di Trieste, quest’anno ha deciso di celebrare nella  propria maniera il Bloomsday, giornata simbolo dell’opera Joyciana, proponendo la mostra di Guglielmo Manenti “BloomsDay”,. illustrazioni liberamente tratte dall’ ”Ulisse” di James Joyce.

Per un pubblico di appassionati il 16 giugno diventa così un ” Bloomsday” che collega Dublino, Parigi, Zurigo e Trieste.

Prendendo spunto dagli spostamenti effettuati dai personaggi  dell’”Ulisse”, i curatori dell’iniziativa, nelle figure di Nanni Spano, Sergio Pancaldi, Christiana Viola e Cristina Talarico, hanno deciso di creare una mostra che ha più punti espositivi per il centro vecchio di Trieste.

Sede principale ed inaugurale della  mostra è la Galleria MetroKubo.

Lo spettatore seguendo una mappa troverà i diversi capitoli della mostra in più luoghi. Come a seguire i percorsi di Joyce che tra l’altro abitava realmente in questa zona.

L’obiettivo è di creare una collaborazione tra più spazi espositivi e non, nella volontà di portare nuova attenzione alla figura dello scrittore, creando un momento annuale in cui l’arte contemporanea  cerca di indagare uno scrittore che suggerisce molteplici spunti. Si tratta di una proposta culturale che si augura di potere sempre più collaborare con quelle che sono le istituzioni tradizionali cittadine.


Bloomsday

Illustrazioni di Guglielmo Manenti tratte dall’”Ulisse” di James Joyce.

 

E’ noto che l’”Ulisse” di Joyce sia considerato da tanti lettori come “difficile” da seguire. Alcuni riescono ad immergersi fino a perdersi dentro questo testo canonico della letteratura inglese, altri si fermano di fronte a questo testo “labirintico”, credendosi davanti a qualcosa di “oscuro”.

Chi decide di avventurarsi nell’impresa di lettura dell’”Ulisse”, infatti, deve essere cosciente di essere parte attiva di un processo creativo, in quanto è necessario continuamente operare delle scelte e dei salti all’interno del testo. Si tratta di un percorso sempre mobile, in alcune parti addirittura informe: il lettore stenta a costruirsi una visione di insieme. I continui cambi di registro nella scrittura joyciana creano una forma di sfalsamento costante. Lo scrittore modifica la sua voce narrativa a tal punto da prendere in prestito lo stile e le caratteristiche di quello che sta scrivendo. Un esempio per tale procedimento è dato dal capitolo ambientato all’interno della redazione di un giornale. Questo capitolo procede con le caratteristiche dei tagli giornalistici, dei titoli brevi in grassetto, ma anche degli spazi che sono quelli dell’impaginazione di un giornale.

L’”Ulisse” è stato concepito nel 1922. Si tratta del capolavoro di James Joyce e il punto di arrivo della sua sperimentazione linguistica. La trama è ambientata a Dublino e descrive gli eventi di un singolo giorno, il 16 giugno 1904, seguendo il percorso fisico e psicologico dei tre personaggi principali: Leopold Bloom, un uomo comune, sua moglie Molly e l’artista Stephen Dedalus.

L’obiettivo dell’illustratore nella sua indagine artistica sul testo è stato quello di disegnare una mappa degli spostamenti dei personaggi e di rappresentare alcuni dei fatti principali, soffermandosi soprattutto su quelle parti del testo visionarie che “si aprono” al lettore, su quei piccoli mondi fatti da visioni epifaniche proprie della poetica joyciana, cioè quelle manifestazioni del reale che sotto una nuova luce diventano testimonianze di una realtà divina e atemporale. Queste visioni molto spesso sono alternate a momenti di fatti e pensieri bassi, molto terreni e/o carnali.

Emerge inoltre dai disegni della mostra l’alternanza di illustrazione e fumetto che rappresenta un tentativo di rendere stilisticamente i molteplici cambi di registro. La visualizzazione delle atmosfere delle singole scene è un aspetto che Joyce descrive in maniera molto visiva, suggerendo a volte dei colori precisi (aspetto mutuato dagli scrittori simbolisti, che facevano della scrittura una macchina sinestetica)    

 
Salvo Bosco

 

Spazi espositivi:

Sede principale ed inaugurale della  mostra è la Galleria MetroKubo.

Lo spettatore seguendo una mappa troverà i diversi capitoli della mostra in più luoghi per il centro vecchio di Trieste. Come a seguire i percorsi di Joyce che tra l’altro abitava realmente in questa zona.

 

 

  





L’ass. cult. Daydreaming Project, in collaborazione con il Circolo del Cinema "Metropolis"

venerdì 29 Maggio
presso MetroKubo in Via dei Capitelli6563b a Trieste

presenta il video documentario di Mauro Tonini, storico dell’arte, dedicato al pittore friulano Giuseppe Zigaina e alla sua intensa amicizia con PierPaolo Pasolini, ricca di collaborazioni e intrecci artistici.

 

 

L’autore, Mauro Tonini, così ci descrive il suo lavoro:

 

“Tutto è partito dai quadri di Giuseppe Zigaina che mi hanno parlato con

forza sorprendente della sua e mia terra, fin dalla prima volta che li

ho visti.

 

Io volevo guardare in faccia quest’uomo che racconta il Friuli e

dentro questa terra la sua storia e i suoi sogni. E nella mia

ignoranza del mondo volevo anche la sua benevolenza, perché non mi

manca da mangiare, ma mi manca l’àncora che legava gli uomini di un

tempo alla loro vita.

 

L'idea di questo film è nata dall’amore per l’arte, dal legame con

questa terra, e dalla confusione del mondo.

Con questi sentimenti ho suonato alla porta di un uomo vecchio, e di

un altro mondo.

 

Giuseppe Zigaina mi ha spiazzato perché non ha voluto parlare di

pittura ma di quel mondo che la sua pittura rappresenta, il mondo del

mito, raccontandomi una storia.

 

Questo documentario è il ritratto di un uomo di un altro tempo che parlando del

suo mondo parla del mio.

Io ho restituito con tutta la sincerità che mi è concessa il mio

stupore, di fronte a una storia eccezionale. Questo è il mio

contributo al film, che è fatto di una lunga intervista: il suo

racconto, intimo ed epico insieme.”

 

 

 



 

In occasione del Nodo Doc3

presso il DDCube - via Capitelli 656 3b

dal 6 al 21 maggio
mostra fotografica

L' Impero dell'immagine
Cecilia Mangini Fotografa, 1952-1965

  

Inaugurazione 6 maggio ore 18

Concepita in stretto legame con la produzione cinematografica, di cui spesso condivide i soggetti, la mostra fotografica comprende, oltre a vari materiali informativi e documentali, una selezione di  immagini realizzate fra il 1952 e il 1965 all’insegna di un realismo congiunto all’impegno sociale. Si comincia con una serie ambientata fra le desolate saline di Lipari, si prosegue con le periferie di Milano, con la Firenze dei romanzi di Pratolini e i lavoratori della Val d’Arno, si conclude con il reportage in Vietnam nel quale la Mangini raggiunge la punta più matura delle sue esperienze fotografiche.

Al cuore di un Paese. Cecilia Mangini documentarista
a cura di Federico Rossin

Cecilia Mangini è un unicum nel panorama del nostro cinema.
Donna fiera, valente fotografa e versatile documentarista sin dai bigotti e maschilisti anni ’50, si afferma da subito per la sua visione appassionata sull’uomo e sulla storia: dirige oltre 40 cortometraggi e alcuni lungometraggi, questi ultimi in collaborazione con il compagno di vita e anch’egli grande cineasta Lino Del Fra.
Il suo cinema ha sempre sfidato il presente portando più in là di qualsiasi ideologia un discorso coerente e umanista sulla società e sulla cultura italiane: non è un caso che grandi poeti abbiano per lei scritto i testi di alcuni film: Pier Paolo Pasolini, Franco Fortini, Vasco Pratolini.

L’opportunità di mostrare una parte sostanziosa del suo corpus filmico permetterà di scoprire uno sguardo sempre attento e intelligente sul mondo, un’opera che ha documentato i cambiamenti radicali del nostro paese, il passaggio traumatico da una società provinciale e rurale ad una modernità spietata e omologante, ma anche la lenta presa d’atto del valore di lotte e conquiste sociali, le contraddizioni dei cambiamenti di costume e mentalità.
  
www.nododocfest.org

 



 

   
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